Quell’immagine è un marchio indelebile: la fotografia del cadavere di Aldo Moro, nella Renault 4 rossa in cui è fu ritrovato in via Caetani a Roma il 9 maggio 1978. Lo statista aveva 61 anni. È un fotogramma drammatico di storia che urla e che i giovani devono conoscere, magari stasera al Teatro Laboratorio (Arsenale, alle 21) per la rassegna della compagnia Teatro Scientifico, nello spettacolo Aldo Morto, scritto e interpretato da Daniele Timpano. L’uomo politico, il pensatore, il segretario della Democrazia Cristiana rapito il 16 marzo 1978 e ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia rivive nella riflessione del giovane protagonista della piéce. «È un dramma epocale», sottolinea Timpano-, «lo si rievoca attraverso l’impatto che l’evento ha avuto nell’immaginario collettivo».

Si tratta dunque del riscontro emotivo che ne ha un attore nato negli anni Settanta che di quell’epoca non ha ricordi o memoria personale. Pochi oggetti saranno in scena e il perno del monologo è il corpo del narratore con la sua voglia di affondare fino al collo nella materia del dramma, senza retorica e lungo quarant’anni di storia della Repubblica che hanno per epicentro la violenza e la morte. Infossando la maschera del robot Mazinga, Timpano pronuncerà il discorso di Renato Curcio (ideologo delle Br e tra i fondatori dell’organizzazione di estrema sinistra) e mettendo una parrucca bionda diventerà anche l’ex terrorista Adriana Faranda, in una sorta di psicodramma provocatorio che graffiando la superficie dell’indifferenza e dell’oblio di quel che è stato, prende posizione, non disdegna l’ironia e si pone l’obiettivo di cercare la profondità.

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