Una foto ricordo col David. Non la copia di piazza della Signoria, ma l’originale, che troneggia nella Galleria dell’Accademia di Firenze. Un selfie in compagnia dei Prigioni di Michelangelo, o di fronte a Venere e Amore ritratti da Pontormo. Scatti per una volta non rubati, approfittando di un momento di distrazione dei custodi, ma realizzati in piena regola. Potrebbe diventare presto una realtà in tutti i musei statali italiani, in cui ancora oggi vige quel «divieto di fotografia» introdotto nel 1993 dalla legge Ronchey e ribadito da una circolare ministeriale del 2000.

La richiesta parte dalla Soprintendenza fiorentina, che ha sperimentato questa piccola rivoluzione proprio all’Accademia, il secondo museo più visitato della città e il terzo in Italia.
Per una decina di giorni, intorno a Capodanno, un cartello all’ingresso ha avvertito i turisti che, contrariamente a quanto avviene di solito, avrebbero potuto immortalare la loro visita con una o più foto ricordo, pur nel rispetto di alcune regole fondamentali: uso personale dello scatto, divieto di utilizzare il flash e adozione delle dovute cautele. L’esperienza è stata raccolta in una relazione che i funzionari toscani hanno poi inoltrato a Roma, all’ufficio legislativo del ministero per i Beni culturali, con la richiesta di modificare una normativa ormai considerata superata dalla tecnologia, e dai fatti. «Nella maggior parte dei musei nel mondo, a cominciare dal Louvre, chiunque può fotografare le opere con mezzi non professionali», spiega il direttore dell’Accademia Angelo Tartuferi.

«In quella che ormai è diventata la civiltà dell’immagine – aggiunge – un divieto come questo non ha più senso. Oltretutto, si tratta di una norma difficile da far rispettare. Oggi chiunque visiti un museo ha con sé uno smartphone o un tablet: magari i custodi riescono a bloccarne uno, ma nel frattempo altri dieci stanno facendo la stessa cosa». La proposta riguarderebbe, nello specifico, soltanto le foto amatoriali che, secondo la normativa attuale, non possono essere scattate senza una specifica autorizzazione del capo di istituto. Per quelle professionali, resterebbe invece in vigore l’iter che prevede anche in questo caso una richiesta di autorizzazione e in più, eventualmente, il pagamento di un canone.

Tra i più entusiasti sostenitori del libero scatto c’è Philippe Daverio: «Nello scrivere la legge – afferma – Ronchey ha dimenticato chei musei non sono più del monarca, ma dei cittadini. Il divieto di scattare foto esiste solo in Italia, e tra l’altro contravviene alla normativa europea. Inoltre – aggiunge – c’è una questione di comunicazione: se io faccio una bella foto a mia moglie davantia un quadro,e la mostro a un mio amico, magari quell’amico avrà voglia di andare a visitare il museo». E a chi teme di innescare una sorta di “effetto Gioconda”, il critico risponde: «Magari! I musei italiani semmai hanno il problema opposto, e cioè quello di essere sempre vuoti».

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