La pelle raccontava un romanzo, scritto da due autori, perché prima del caïd, il capo di uno delle tante bande che rastrellavano i faubourgs della Capitale, o di uno dei suoi affiliati, veniva il maestro d’arte, il virtuoso dell’ago e dell’inchiostro blu. I più famosi erano père Remy, sempre in viaggio e alla Villette quando passava per Parigi, père Zéphyrin, famoso per disinfettare con la sua saliva la pelle di ogni cliente, e soprattutto Médéric Chanut, che aveva appreso l’arte del tatuaggio da un marinaio, vissuto in Giappone per molti anni e ricoverato insieme a lui all’Hopital de la Pitie. I malavitosi in cerca di pére Chanut non dovevano far altro che nascondersi nel retro fumoso di un bistro, dietro l’Hopital Saint Antoine.

Erano stati i marinai a portare in Europa l’arte del tatou, all’epoca delle grandi scoperte, e non a caso il veliero, disegnato a vele spiegate sul petto, capace di muoversi a ogni respiro come se avesse preso il largo, rappresentava per i forzati del Biribi il miraggio della futura libertà. Dai marinai, uomini degli spazi aperti, ai condannati alla reclusione il passo è breve. Nessuno tornava dalle fortezze del Bat d’Af senza tatuaggi, e le domande erano inutili e inopportune. Per capire bastava soffermarsi magari su un avambraccio su cui erano disegnati un paio di zoccoli e un frustino: gli zoccoli facevano parte della divisa del condannato e lo scudiscio dichiarava una pena superiore a un anno. Oppure si poteva scorgere una luna crescente tra le costole, simbolo della Corte Marziale, e non erano pochi i soldati spediti in quell’inferno per lievi infrazioni, a monito dell’intera divisione.

Poi c’era il marinaio crocefisso, vittima dei Cols Bleus, gli ufficiali. E c’erano i maiali, non solo a letto, ma anche “in ufficio”, mon bureau, con tanto di kepi sul grugno. E c’erano i caproni e i leoni, entré come un mouton, sorti come un lion si leggeva sul petto di un pregiudicato, tanto per ricordare a quale livello di bestialità spingeva il sadismo delle guardie. E ancora, c’erano le stelle a cinque punte, della passione se tatuate sulla spalla sinistra, dell’infelicità se a destra. E poi c’erano le ciliegie, emblema della sfortuna, c’era l’alba che inneggiava alla libertà dietro le sbarre, c’erano i baffi, tatuati, vista l’obbligo a rasarsi completamente, e c’era persino Napoleone, perché si poteva essere antimilitaristi, ma sicuramente non antipatriottici.

Infine, o all’inizio di tutto, c’era la donna, condanna a morte se infedele – e i coltelli fioriscono ovunque su questi corpi – o se amata inserita in un cuore, e poi abbracciata, baciata, esplorata persino in un 69 dipinto sotto il costato, e di nuovo ritratta di profilo, nuda, sorridente, regina, sposa, madonna, compagna di poche ore. Da questa parte di mondo dove ancora albergava, anche se a pagamento, un po’ di tenerezza gli uomini del Biribi attendevano notizie. A portarle sul petto e nel cuore era una rondine. J’attends des nouvelles, mon pensées vont vers elle si leggeva sotto le ali. Ma se le notizie non arrivavano, se all’orizzonte insieme agli ultimi raggi del sole calavano il silenzio e l’oblio, allora non c’era che togliersi la camicia, riprendere l’ago, e lungo la linea retta delle clavicole scrivere tout me fait rire.

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