Questo occhio che guarda ha veramente qualcosa di speciale. Lo si capisce da tutto, da come si posa sulle pieghe della pelle, da come non si lascia sfuggire il respiro, da come sacralizza lo stare al mondo di una Rising Class, una classe emergente, formata da loser, barboni, anime della notte. Sono fotografie, scattate dal putignanese Giovanni Troilo. Il suo progetto The Rising Class ha vinto l’International Photografy Awards, l’Ipa (tra 15mila servizi arrivati da 103 Paesi) e il Prix de la Photographie Paris.

“Volevo fotografarli come star, ho cominciato un anno fa tra Roma e Trento” ricorda. Ha lavorato contestualmente anche sui papà divorziati che vivono in aiuto, su personaggi incredibili che abitano sulla Casilina. Mescolando i linguaggi, “finzione e documentario, su questo doppio registro, rendendo invisibili le sovrapposizioni, credo ci sia ancora tanto da dire”. Intanto firma per SkyArte la serie di Fotografi, puntate dedicate alle grandi firme mentre la sua “viaggia” da D di Repubblica a Wired, convinto com’è che “devi sorprendere con quello che hai”.

Il lavoro pregevole di Troilo ci aiuta ad aprire una finestra su altre due storie di giovanissimi fotografi pugliesi (Antonio Ottomanelli, Christian Mantuano) i cui servizi stanno sulle copertine di settimanali nazionali, su riviste e pubblicazioni internazionali e che ci parlano, per dirla con Troilo, di una rising class di autori, molto interessante. Primo dato, non abitano più qui. Il barese Ottomanelli per la verità già dai tempi del’Università, Architettura, tra Milano e Lisbona. Poi la decisione di mettersi a fotografare. “Ho iniziato molto più tardi della maggior parte dei fotografi che conosco – racconta – Ho comprato la mia prima macchina fotografica a 22 anni, con i risparmi del mio lavoro serale. Ma l’infanzia mi ha educato al concetto di spazio, di paesaggio che è un bene, era il testo unico dell’educazione del mio sguardo.
Credo che il paesaggio sia questo, un’enciclopedia. E la fotografia è uno strumento necessario a costruire ponti di conoscenza, infrastruttura per una memoria viva. Questo è quello che cerco di fare, in Italia come in Medioriente”.

Antonio, 31 anni appena, ha cominciato presto a viaggiare. Negli ultimi cinque anni ha lavorato in Afghanistan, Iraq, Palestina, Pakistan, attratto dai territori in stato di conflitto. Il suo lavoro pubblicato da riviste come Domus, Area, Abitare, ha dato vita al progetto Collateral Landscape (con sessioni fotografiche precedute da una parte laboratoriale fatte con le comunità locali per conoscere meglio la loro storia) presentato lo scorso anno alla Triennale di Milano. Le sue foto hanno ottenuto due menzioni speciali al Premio internazionale di Fotografia Lucie Foundation e, tra gli altri riconoscimenti, l’invito alla Biennale di Dallas e la pubblicazione (la serie Big Eye Kabul) con la Endless Delight Publishing, introduzione di Joseph Grima.

Infine, il più giovane di tutti, Christian Mantuano, 28 anni. Suoi scatti di Renzi, Letta e della variopinta classe politica che anima le nostre giornate, capita di vederli sull’ Espresso, su Panorama, su Internazionale ma anche su Stern (è distribuito all’estero dall’agenzia milanese Luz Photo). È andato via da Bari due anni fa, arrivato a Roma il 15 ottobre del 2011 “nel pieno della manifestazione, degli scontri”, ha messo subito mano alla macchina fotografica, ha vissuto un anno da freelance e poi l’idea di fondare con altri due giovani colleghi l’agenzia OneShot image.

L’idea vincente è stata quella di “trattare la politica con taglio diverso dai reportage, rendendo coerenti gli scatti con i temi, cogliendo i politici in momenti particolari, di distensione, quando arrivano a bordo delle auto blu alle conferenze stampa invece che ai soliti tavoli”. Ha funzionato, in particolare con Renzi, si diceva, la cui ascesa negli ultimi mesi ha particolarmente agevolato la giovane agenzia.
Christian, nipote di un maestro, il giornalista Mario Gismondi, non si è lasciato sfuggire un prezioso insegnamento di suo nonno che è diventata sua regola di professione: “Fai le cose diversamente dagli altri, mi ripeteva, trova una maniera nuova per raccontare”.

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