Operaio nei cantieri navali, poi apprendista fotografo in un piccolo laboratorio, infine reporter del regime sovietico. Arkady Shaikhet iniziò a lavorare con obiettivi e pellicole nel 1924, quando aveva 26 anni. Il primo quotidiano che pubblicò le sue foto si chiamava “Robochaya Gazeta – Gazzetta del lavoro” e in breve la sua fama lo fece approdare alla rivisita “Ogonyok- Piccolo fuoco”. All’epoca l’Urss viveva anni terribili e straordinari, dove l’entusiasmo per le conquiste della rivoluzione si coniugava con difficoltà e miseria. Arkady Shaikhnet nel 1930 fu ammesso nell’Unione dei fotoreporter proletari russi. Morì nel 1959.di Claudio Ernè wTORVISCOSA Riapre le antiche ferite che hanno segnato il movimento operaio a partire dagli Anni Trenta. Riporta alla ribalta la drammatica contrapposizione in Unione Sovietica tra la sperimentazione creativa e il grigiore tombale del Realismo socialista. Sono questi i temi portanti della mostra che propone al pubblico a Torviscosa da domani alle 17 una settantina di immagini realizzate tra la fine degli Anni Venti e la Guerra Mondiale da Arkady Shaikhet, uno dei più celebrati reporter sovietici. L’autore è passato alla Storia oltre che per la qualità delle immagini anche per la sua dura contrapposizione alla poetica non solo fotografica di Aleksandr Rodchenko, il più celebrato artista di quell’epoca in Russia. Shaikhet lo ha combattuto nelle assemblee del sindacato degli artisti, lo ha criticato sulle pagine delle riviste.

E ha vinto, forte dell’appoggio di una Nomenclatura timorosa, priva di fantasia, di slanci e di curiosità. Rodchenko è stato messo a tacere, l’obiettivo della sua “Leica” ha subito prima la normalizzazione, poi il buio totale nel nome di Dzanov e degli altri burocrati dell’estatica. Arkady Shaikhet, al contrario, ha potuto continuare a pubblicare le sue immagini su quotidiani e periodici, rimanendo sempre nel solco delle regole dettate dal potere socialista. Ortodosso nelle inquadrature, ben attento a rappresentare il mondo e gli uomini secondo i canoni stabiliti. Ecco perché nella mostra allestita a poca distanza dall’ingresso dello stabilimento che fu della Snia, potrete ammirare fra tante fotografie una in cui si celebra il gesto dinamico di un giovane operaio che lavora alla sommità di un’immensa macchina simile a quella esibita da Fritz Lang in “Metropolis”; potrete vedere un treno blindato, fermo nella neve con tanti soldati incappottati sulla sommità dei carri; nei vostri occhi entrerà anche una locomotiva carenata con la stella rossa che copre l’intera parte anteriore della macchina; e poi trattori allineati, ginnasti coi muscoli turgidi, vecchi contadini che accarezzano la prima lampadina che illuminerà la loro casa. Tutto questo mostra come venivano applicati i principi del realismo socialista: le inquadrature dovevano essere semplici, facilmente leggibili.

I fotografi erano “consigliati” a rappresentare in modo concreto le conquiste della rivoluzione; dovevano educare i lavoratori secondo gli ideali del partito mostrando soldati impegnati con fede nella guerra patriottica, operai che faticano felici nelle fabbriche, contadini schierati nei campi come fosse domenica. Tutto questo per dimostrare il trionfo dell’Urss guidata da Stalin. Nessun dissenso ma solo culto della personalità e propaganda, mascherate da reportage fotogiornalistico. «Il nostro dovere è quello di sperimentare» aveva affermato Rodchenko assieme agli esponenti dell’avanguardia costruttivista. Metodi dinamici erano stati introdotti nella fotografia assieme a punti di ripresa alti e bassi, congiunti a nuove soluzioni prospettiche. E “Sovetskoje Kino”, la più importante rivista cinematografica russa aveva lanciato il messaggio. Era il 1926. Nel 1930, col mutare della situazione politica, il dietrofront. Ogni esperimento stilistico andava azzerato in nome della “giusta via politica” indicata dal partito. E Arkady aveva obbedito. Con immense capacità compositive e grande gusto. Ma aveva obbedito.

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