Fuori un’atmosfera tranquilla, quasi da provincia dei romanzi di Simenon, dentro la potenza e il rumore del mondo. Lo studio di Sebastião Salgado è in uno spicchio poco turistico e affascinante di Parigi, davanti a un ponte di ferro che attraversa il canale Saint-Martin e poco lontano dalla Gare de l’Est. Si affaccia sulla strada, come fosse un negozio, ma le quattro vetrine con i contorni dipinti di blu sono coperte da tende chiare. Si apre la porta e mi trovo di fronte ad una folla di rifugiati ruandesi che stanno cercando il loro spazio nel campo di Benako, in Tanzania. Su questa scena da esodo biblico, di cui non si riescono nemmeno a intuire le proporzioni, incombono immense nubi. La foto, scattata il primo maggio del 1994, quando il genocidio ruandese era cominciato da poco meno di un mese, è appesa su questo muro perché segna una data fondamentale nella vita di Salgado. Quel giorno inizia un percorso di sofferenza che coinciderà con il progetto Migrations, un viaggio di sette anni in quasi quaranta Paesi per testimoniare un’umanità in fuga: «E’ stato il periodo più duro, ho raccontato storie terribili: quello che ho visto nei miei molti viaggi nelle conseguenze del genocidio ruandese mi ha fatto perdere la fede nell’uomo e nel mondo.

Sotto i miei occhi la gente moriva di colera, di diarrea, di ogni tipo di malattia, della violenza dei campi profughi. Alla fine di questo percorso stavo male, la mia salute era a pezzi. Ho girato molti medici, finché uno mi ha detto: “Il problema è che tu hai troppa morte dentro”. Così ho deciso che era tempo di cambiare vita e sono tornato nel paese dove sono nato, a casa dei miei vecchi genitori». La potenza delle sue immagini era riuscita a smuovere le coscienze, perchè la composizione delle sue foto è così netta, essenziale, simbolica che non ti permette di passare oltre. La sua Africa in bianco e nero, soprattutto quella che conosce e testimonia insieme ai Medici senza Frontiere durante la grande carestia del 1984, entra nei nostri occhi e non può essere dimenticata. Penso alla madre con un velo nero che cammina su un lago prosciugato in Mali insieme ai suoi bambini, cercando una via di fuga alla fame e alla sete. Ma non c’è traccia di pietismo, piuttosto la testimonianza della forza e della dignità dell’uomo. Il ritorno in Brasile segnerà una svolta, il ritorno alla vita, che fiorirà con la ricerca di un equilibrio naturale con il gigantesco progetto Genesi «con cui ho ricostruito me stesso e la mia fede nel mondo, dopo tanta morte e violenza».

Ma prima doveva toccare il fondo. Scoprire la distruzione del suo paradiso terrestre: «Quando ero bambino la fattoria dei miei genitori era davvero un paradiso naturale, la casa era circondata da una grande foresta piena di fiori, con ogni tipo di uccello e perfino i giaguari. Quando sono tornato la mia valle era distrutta, la foresta tagliata e la terra uccisa. Ho smesso di fotografare per quattro anni, ero esausto e svuotato: per rimettermi in piedi ho cominciato a raccogliere fondi per ricostruire il mio paradiso, per piantare più di due milioni di alberi di duecento tipi diversi, creando uno dei più grandi progetti ambientali della storia del Brasile. Mi dovevo riconciliare con la natura, da questo sforzo è nata l’idea di Genesi, a cui ho lavorato per otto anni». «Ho realizzato che esiste anche il dovere di fare qualcosa di bello, di mostrare a tutti l’incanto della natura. Così sono partito dalle Isole Galapagos: volevo costruire un sentimento nuovo con la natura e quello era il posto giusto. Mi sono fatto il miglior regalo che potessi immaginare nella vita: sono andato a vedere gli altri animali che abitano il pianeta Terra, dopo aver fatto anni di foto ad un solo animale, l’essere umano.

Sono andato a vedere dove si vive in equilibrio. Ho scoperto che esistono ancora 110 gruppi di indiani che vivono isolati dalla civiltà: è qualcosa di incredibile e favoloso». Il professionale e metodico Salgado ha cambiato voce, gli occhi brillano, si sente che la natura lo ha guarito. «Sì, ho ricostruito me stesso e la mia fede nel mondo e vedo il nostro pianeta sotto un altro punto di vista: so che un equilibrio è possibile. Noi siamo concentrati nelle città, nelle frustrazioni, persi nella burocrazia e nelle vite complicate, tolleriamo l’inquinamento degli Oceani, la povertà e la distruzione delle foreste. Ma non ho perso la speranza perché la cosa che ci ha reso superiori fino ad adesso non è la tecnologia ma l’istinto, non è la burocrazia ma la spiritualità, c’è qualcosa di più grande dentro di noi. Ho visto, nella foresta amazzonica, l’uomo di migliaia di anni e ho visto che siamo animali sociali, comunitari. Lì è la nostra salvezza». «Ti voglio spiegare un’altra cosa: se si guarda il mondo da lontano si ha una sensazione di pacificazione – mentre lo dice penso che sono le stesse identiche parole che pronunciano gli astronauti, che tornano dallo spazio innamorati della Terra – ogni panorama ha messo secoli, millenni, milioni di anni a formarsi, la gran parte degli alberi vivono da più tempo di noi, dobbiamo averne rispetto perché siamo parte integrante di tutto questo, anche se siamo piccoli come formiche».

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