Eccoci a una svolta importante nella storia della fotografia che è sviluppata da una nuova generazione di artisti: i fotografi “in pantofole”. Il termine è stato coniato dai critici anglosassoni che definiscono Armchair Photography un nuovo modo di fare fotografia, non più in movimento, a caccia di immagini per strada, ma sedentario, domestico, seduti di fronte al computer, qui la domanda: possiamo ancora inscrivere nell”"arte della luce” il gesto sul compito di assemblare e/o fotografare immagini raccolte sul web?
A prescindere dalla View – i due fotografi producono però risposta, è interessante seguire il lavoro un lavoro diverso, costruendo un inedidi artisti emergenti, che volutamente rivendicano una certa filiazione con illustri predecessori e rivisitano, con le tecnologie del XXI secolo, la grande tradizione della Street Photography. Già acclamati dal pubblico e rappresentati da gallerie di fama internazionale. Jon Rafman e Doug Rickard “‘scattano” attraverso Google Street View, una sorta di occhio panoramico (un nuovo sofisticato Panopticon?) pilotato da Google Earth che ci fa vedere to discorso sulla fotografia contemporanea.
Doug Rickard sembra voler continuare la ricerca documentaristica condotta da Walker Evans, poi più tardi da Stephen Shore. Paul Graham o Bill Owens, sulle strade degli Stati Uniti e. più precisamente, nelle cittadine anonime, nei sobborghi dei ceti medi. Rispetto alle immagini ormai iconiche del passato. Rickard evidenzia la fatiscenza di queste strade, il senso di abbandono e di desolazione di tanti quartieri. Rafman, dal canto suo, gioca a confondere le idee, selezionando le immagini da Street View con un occhio quasi curatoriale, mettendo in sequenza stills talmente disparati che potrebbero essere stati scattati da un emulo di Cartier Bresson o messi in scena da Jeff Wall.
Ecco l’intento di Rafman: dimostrare che anche una fotografia anonima scattata da un robot “cieco” – e dunque l’immagine più obiettiva possibile e più vicina alla realtà – può essere letta, interpretata e sottotitolata con nuovi significati. Nel contempo, l’atto di fotografare il mondo reale senza essere fisicamente in quel preciso luogo rimette in primo piano uno dei requisiti della fotografia documentaristica. la necessità di distanziarsi dal soggetto. Questa fenomenale infinita banca di immagini che è internet permette anche un approccio più concettuale della fotografia, come dimostrato nei lavori di Penelope Umbrico e Grégoire Pujade-Lauraine.
Entrambi sono autori di raccolte quasi seriali di immagini per tema: dagli scatti al sole agli specchi pubblicati nei cataloghi di arredamento per la prima; fino alle foto del profilo postate su Facebook – tra cui cani, culturisti e armature medievali – per il secondo. Impossibile così non riandare a “”Evidence” il libro seminale di Larry Sultan e Mike Mendel in cui si dimostrava, appunto, che è impossibile dipanare la relazione tra cosa ci mostra una fotografia e cosa ci spiega.