«Amo l’industria. Le condutture. Amo i fluidi e il fumo. Amo le cose create dall’uomo. Mi piace vedere la gente lavorare e mi piace la melma, gli scarti che l’uomo produce. Niente e nessuno nel cinema ha quella forza che sento viva nell’industria e negli uomini che vi lavorano. Le fabbriche sono per me un simulacro della creazione, portatrici degli stessi processi organici che regolano la natura»: il manifesto poetico di David Lynch, campeggia in una sala della mostra, a cura di Petra GiloyHirtz, che il Mast di Bologna dedica alle fotografie industriali del regista americano. L’autore, oggi quasi settantenne, di film culto come Eraserhead , The Elephant Man e Velluto Blu (oltre alla celebre serie di Twin Peaks ) ha a lungo affiancato alla passione per il cinema quella per la fotografia. Ad affascinarlo sono le fabbriche in attività ma anche e forse soprattutto quelle dismesse, le ciminiere, i tralicci, le rotaie, le cisterne. Il suo sguardo è però agli antipodi di quello asettico, lucido e cristallino di Bernd e Hilla Becher: i maestri tedeschi della scuola di Düsseldorf inseguono l’utopia sanderiana della catalogazione dell’esistente; a Lynch dei paesaggi industriali sembrano interessare invece la decadenza, i vetri rotti, i muri scrostati, i tubi rimasti in sospeso, le mille storie che puoi immaginarti in quei luoghi che hanno visto sudore e fatica.

«Con il lavoro alla macchina da presa, David Lynch spinge lo spettatore ai confini del noto e dell’ignoto, di ciò che rassicura e turba, per poi trascinarlo in modo del tutto inatteso, in un universo altro. Passando dall’occhio dietro la cinepresa a quello dietro all’obiettivo e viceversa, Lynch sperimenta nuove modalità di rappresentazione delle sue visioni e le immagini non in movimento si trasformano in latori silenti del suo messaggio onirico, surreale e magico», scrive il direttore del Mast, Urs Stahel. E in effetti nei 111 scatti della mostra (alcuni inediti) raccolti in un arco di tempo che va dal 1980 al 2000 a Berlino e nelle aree limitrofe, in Inghilterra, a New York City, nel New Jersey, a Los Angeles, ma soprattutto nelle fabbriche dismesse di Lodz, in Polonia, David Lynch trasforma i luoghi del lavoro in sorta di antri magici dove tutto può ancora accadere o è già accaduto, un tutto che non ha a che fare con la realtà ma con i sogni o meglio gli incubi (si respira nelle sue immagini talora un’aria da racconto di Buzzati). Incubi in bianco e nero, perché come dichiara lui stesso: «Non saprei cosa farmene del colore. Il colore per me vincola troppo alla realtà. Non concede spazio al sogno.

Più aggiungi nero a un colore più questo diventa surreale». Ad aumentare questa sensazione sono anche i grandi formati scelti in molti casi per la stampa. Non tutti le immagini sembrano avere però la stessa forza e si esce con l’impressione di una certa discontinuità. Intriganti si rivelano i tre cortometraggi del primo Lynch che accompagnano le foto. Ad interessarsi al mondo dell’industria e delle fabbriche è stato negli Anni 60 del secolo scorso anche il torinese Stefano Robino, che affiancava all’attività di fotografo quella di dirigente industriale (diresse il Centro fotografico e il settore pubblicitario della Fiat Grandi Motori a Torino prima e a Trieste poi). Al Cmc di Milano la personale «Il fare, il limite, la bellezza. Alle origini di un’Italia industriale» curata da Enrica Viganò ce ne restituisce 45 immagini a cavallo degli Anni del Boom. Alcune scatti, pensiamo alla ferrovia o ai cumuli di scorie, potremmo quasi pensarle nella mostra di Lynch, ma in genere Robino non immerge nell’oscurità la sua macchina fotografica. La sua visione è «positivista», nelle sue immagini ci sono molto spesso gli uomini in rapporto con le macchine e talora una sembra quasi strizzare l’occhio a quel celebre fotogramma del chapliniano Tempi Moderni.

Vediamo i grani motori navali, pistoni e cilindri di un’industria che sembra sovrastare la persona umana, ma in cui questa riesce comunque ad avere un ruolo. Robino sottolinea sovente le geometrie che in una fabbrica o in un processo industriale puoi ritrovare. Poi segue i suoi operai anche fuori della fabbrica, magari quando passano la sera in una delle tante bocciofile torinesi. Forse tra gli scatti più intensi di Robino, quelli alla partenza del transatlantico Cristoforo Colombo a Genova nel 1957 (a rigore non sono fotografia industriale, ma rendono il clima di un’epoca e la qualità dell’autore). Dalle fabbriche di ieri a quelle di oggi con «Industria» di Nicola Biddau alla galleria Dadaest di Milano. Curata da Benedetta Donato propone 15 immagini realizzate di recente in piccole e grandi aziende del nostro Paese. Qui la geometria la fa da padrona, tanto che la realtà e i prodotti industriali lambiscono l’astrazione.

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