In principio fu una bancarella di cravatte lungo la Senna, sul Pont Neuf. Poi venne una piccola boutique, da cui, con i soldi guadagnati col mestiere di ambulante, nel 1869 Ernest Cognacq cominciò a costruire il suo impero. Pochi anni più tardi, la boutique si era trasformata ne “La Samaritaine”, un grande magazzino di undici piani che, a pochi passi da quel Pont Neuf dove tutto aveva avuto inizio, guardava la Senna dalle sue finestre Art Noveau. Chiuso nel 2005 dopo aver visto passare oltre un secolo di storia della moda ed essersi arricchito del tocco di numerosi architetti, scultori e pittori, La Samaritaine (comprato nel 2001 dal gruppo Lvmh, Louis Vuitton Moët Hennessy) si avvicina oggi, a conclusione di una lunga opera di restauro, alla grande riapertura prevista per il 2017.

Per dare immagine alla sua metamorfosi, orchestrata dallo studio giapponese Sanaa, 11 giovani fotografi hanno avuto carta bianca nell’interpretare il passaggio dei grandi magazzini verso una nuova identità: un complesso multifunzionale che comprenderà negozi, uffici, appartamenti, un albergo di lusso e un asilo nido. I loro scatti sono ora esposti a Parigi nella mostra Ma Samaritaine 2013 (fino al 24 novembre nei mille metri quadri dell’ex Store 3 dei grandi magazzini), curata da Christian Caujolle. Background differenti, radici che spaziano dalla Cambogia alla Francia, dalla Germania al Giappone, e stili personalissimi: ognuno con tre giorni e mezzo di tempo a disposizione, gli undici fotografi hanno guardato gli spazi in divenire de La Samaritaine ciascuno dalla propria prospettiva, dalla documentazione alla finzione, dal concettuale al soggettivo. Oliver Aoun, Clément Briend, David De Rueda, Tomoya Fujimoto, Marion Gambin, Marie Gruel, Marin Hock, Nica Junker, Marikel Lahana, Philong Sovan, Vladimir Vasilev hanno lasciato la loro traccia visiva a memoria di questa transizione mescolando moda e architettura: dalle illusioni ottiche di Briend, che con i suoi giochi di luce ha reso liquido il marmo dei pavimenti, al racconto cinematografico di Fujimoto, che ha costruito una storia d’amore nello scenario di vetro e acciaio de La Samaritaine in restauro.

Dalle presenze misteriose e inquiete che animano i tableaux di Marion Gambin, fino alle rivelazioni minimali di Philong Sovan (scelto da una giuria presieduta dalla celebre fotografa Sarah Moon come destinatario del Samaritaine Young Photography Prize) che ha aspettato che la luce illuminasse i dettagli per rivelare l’anima di un edificio dove si incontrano memoria e futuro.
«Il loro lavoro – afferma il curatore Christian Caujolle -, rispecchia tutte le tendenze della fotografia contemporanea allo stesso modo in cui La Samaritaine, dalle cantine fino alla terrazza, racchiude tanti stili architettonici diversi, tanti strati di memoria, ognuno con una piccola storia: dal thriller più dark fino alla luminosa leggerezza di una poesia».

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