Il totale straniamento, il senso di un’esperienza senza ritorno, l’isolamento. Provare a documentare la condizione fisica e psicologica del rifugiato, persona che attraversa i propri confini per sfuggire a persecuzioni religiose, politiche, sessuali, etniche: è questo il tema portante della mostra allestita fino al 28 settembre nel Museo di Roma in Trastevere, e che tratta un argomento sempre attuale in giorni in cui le coste italiane sono coinvolte in flussi migratori assai difficili da gestire.

Ma non sono le coste italiane il punto di osservazione di Gabriele Stabile, fotografo protagonista di questa personale con 50 scatti tra bianco e nero e colore kodachrome, tutti realizzati tra il 2006 al 2012, curata da Silvana Bonfili e intitolata «Refugee Hotel». Le foto raccontano infatti il viaggio di rifugiati appena sbarcati negli Stati Uniti, quel non facile percorso a tappe che spesso inizia con la prima notte americana passata in un motel sulla strada dell’aeroporto.

Ogni anno sono decine di migliaia i rifugiati che vengono reintegrati negli Usa. Per sei anni, in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni e altri importanti gruppi umanitari, Stabile, che attualmente vive tra Roma e l’America, ha lavorato in diversi Stati dell’Unione per fotografare rifugiati cubani, africani, asiatici e mediorientali, dal momento appunto in cui entravano in America attraverso quel cruciale e doloroso processo di reinserimento.

Una volta lì infatti questi individui si scontrano con le difficoltà legate all’inserimento in nuove comunità e con l’adattamento a nuove regole di convivenza, con gli ostacoli dovuti all’imparare una lingua straniera e all’adeguarsi in generale a una cultura molto diversa dalla loro di origine. Oltre a queste battaglie quotidiane, la gran parte di questi soggetti soffre e si perde nella rielaborazione dei propri traumi, delle proprie memorie e delle proprie, inevitabili, nostalgie. Nelle piccole città in cui vivono, nel cuore della middle America, in realtà urbane come Fargo, Charlottesville, Erie o Amarillo, alienazione e estraneità sono tanto più evidenti quanto, spesso, irrisolvibili.

La mostra che è già stata presentata nel settembre 2013 a New York, dal Bronx Documentary Center , è accompagnata da un volume pubblicato da McSweeney’s (San Francisco, 2013) dove oltre alle fotografie sono raccolte anche le interessanti testimonianze in prima persona di questi individui nonché una guida al processo di reinserimento negli Stati Uniti. Il taglio dell’«antologia» proposta in mostra è quello ovviamente del fotoreportage, dove si è chiamati a guardare più all’insieme del progetto che non all’esito formale della singola immagine. L’impianto generale è dunque descrittivo, d’impatto per chi guarda, con scene di una nuova vita americana che possono variare dalla strada dell’aeroporto Liberty a Newark, con in lontananza la statua della libertà, per soffermarsi via via sul volto di una ragazza etiope cresciuta in un campo profughi in Kenya mentre si prepara per andare a scuola a Minnepolis, su di un giovane butanese nella sua stanza d’albergo al «Refugee Hotel» di Los Angeles o su un clan di giovani Birmani mentre gioca di fronte alla loro nuova abitazione in un quartiere degradato di Charlottesville (piazza Sant’egidio 1/b, tel. 060608, da martedì a domenica 9-20).

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