Non era facile ricostruire oltre cinquant’anni di storia di un Paese complesso e non di rado contraddittorio come l’Iran attraverso le arti visive. Una sfida difficile che viene superata bene, senza alcuna pretesa di completezza, dalla mostra «Unedited History. Iran 1960-2014» presentata fino al 29 marzo al MAXXI, ideata dal Musée d’Art moderne de la Ville de Paris e curata da C. David, O.Burluraux, M.Montazami, N.Sadeg e V.Mahlouji. Più di duecento opere e oltre venti artisti compongono un mosaico culturale e storico che comunica vitalità ma anche tanta sofferenza. La mostra è articolata in tre grandi sezioni: Gli anni della modernizzazione (1960 – 1978); la rivoluzione del 1979 e la guerra Iran – Iraq (1980 – 1988); il dopoguerra dal 1989 ai giorni nostri. Sono cinque decenni documentati e attraversati dalle esperienze di tre generazioni artistiche che si esprimono tramite la pittura, le arti grafiche, la caricatura, la fotografia, il cinema e le arti performative. Si parte con il boom delle arti visive negli anni Sessanta e con la parallela riflessione sul concetto di identità nazionale e di modernità.

Ne dà conto in mostra tutta la documentazione che riporta alla luce la vicenda del Festival di Shiraz – Persepolis (1968-1978). Tra gli artisti spicca la figura di Bahman Mohassess, poi trasferitosi in Italia. Momento complesso è quello della Rivoluzione del 1979 che mette ai margini i modernisti ed esalta una forte opposizione all’occidente. E periodo durissimo e sanguinoso è quello della tragica guerra che ha opposto l’Iran all’Iraq dal 1979 al 1988, come documentano tante foto dall’impatto sconvolgente. Il dopoguerra, dal 1989, vede la graduale penetrazione del capitalismo nel paese islamico e anche una buona parte degli artisti si adegua alle regole del mercato internazionale, mentre altri decidono di lavorare nel solco delle generazioni precedenti e di una tradizione che si vuole rinnovare con molta prudenza.

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