‘anno prossimo il Moma gli dedicherà una retrospettiva, da ieri sera è in mostra al Madre con una serie di video, fotografia, installazione, scultura, performance e racconto. E anche una serie di riflessioni che la sua opera vuole suscitare sulla guerra che tormenta la sua regione: domande che non sempre trovano risposte, e che lasciano come sospesa in aria la voglia di sapere, capire, di conoscere, di chi visita le esposizioni. Walid Raad è libanese (è nato nel 1967) e vive tra Beirut («Napoli mi ricorda molto quella città») e New York; ha esposto a Zurigo, a Madrid, a Londra, a Città del Messico, a Sidney, a Berlino, alla Biennale di Venezia nel 2003. Qui a Palazzo Donnaregina (la mostra è stata presentata dal presidente Pierpaolo Forte e dal direttore Andrea Viliani) ha per titolo «Preface/Prefazione» (fino al 19 gennaio 2015) ed è curata da Alessandro Rabottini e dallo stesso Viliani, co-prodotta dal Madre con il Carré d’Art di Nimes.

Nella stessa occasione il Madre presenta la terza tappa della ricostituzione della sua collezione permanente, progetto che, con il coordinamento di Silvia Salvati, sarà completato per la primavera prossima. «Per_formare una collezione3» può contare su opere (molti comodati d’uso e qualche donazione) di Antonio Biasiucci, Francis Alys, Lawrence Carroll, Roberto Cuoghi, Giulio Delvé, Shirin Neshat, John Hennderson, Mimmo Paladino, Mario Schifano (dalla collezione Dina Caròla), Padraig Timoney.
Ma torniamo a Walid Raad: «Per questa mostra a Napoli, la prima in uno spazio pubblico in Italia – dice l’artista – ho concepito un percorso su temi di stringente attualità e di profonda urgenza: l’incidenza della guerra in un contesto pubblico e privato, la veridicità del documento storico, le dinamiche che presiedono alla formazione della memoria individuale e collettiva, la natura intima dell’esperienza artistica a confronto con l’influenza pervasiva della politica e dell’economia, il ruolo dei musei oggi, con particolare riferimento al contesto arabo».

Le opere di Raad mettono chi le guarda non di fronte a una forma d’arte di pura denuncia ma, piuttosto, di fronte alla consapevolezza che la conoscenza storica è continuamente manipolata e manipolabile. Come hanno sottolineato anche Forte e Viliani, «la pratica artistica di Raad, tenendo in equilibrio narrazione e documentazione, critica e affabulazione, storia e finzione, esplora la cronaca mediatica per approfondire e decostruire la concezione della società, della storia e dell’arte, restituendocele attraverso nuove possibili narrazioni critiche».
Storie e immagini di questo progetto sono un affresco sulla storia contemporanea libanese ma, anche e soprattutto, un commento sul concetto stesso di narrazione storica come continua negoziazione. «Raad ci ricorda infatti – mette in evidenza Rabottini – che se nulla è come sembra, la ricerca della verità rimane irrinunciabile, che le opere d’arte, come i documenti storici, non hanno valore solo per quello che rivelano ma anche per ciò che nascondono, o evocano, e che non smettono di avere valore anche quando sono distrutti, manipolati o fraintesi».
A partire da lunedì 27, a corredo dell’esposizione, sono stati organizzati anche degli incontri per discutere dei temi legati alla drammatica attualità dei conflitti in Medio Oriente.

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