PALERMO – OGNI fotografia riuscita è un’azzardata sfida dell’intelligenza che mette in prospettiva non solo l’oggetto veduto ma anche il soggetto che lo vede. Lungo le simmetrie di tale azzardo ha lavorato uno dei più grandi e irregolari dei nostri fotografi, Enzo Sellerio (1924-2012), di cui anche quest’anno si è festeggiato il compleanno postumo, il 25 di febbraio, nella sede palermitana della casa editrice da lui fondata con la moglie Elvira. Tra le pubblicazioni più introvabili prodotte da questo cacciatore di motivi e figure del reale, c’è la sua unica cartella delle “16 fotografie siciliane”, stampata il 15 novembre 1969 dalla Tipografia Torinese.È una meditata crestomazia di visioni, dalla voluta forma francescana, che raccoglie 16 tavole fotografiche in bianco e nero sciolte di 47 per 35 centimetri ognuna, incise da lastre di rame secondo la tecnica, ormai dismessa, del rotocalco piano.

Figuratevi Sellerio all’opera come il più caparbio degli editori-artigiani concentrato a dosare proporzioni e temperature delle proprie immagini, sino al risultato finale che, solo a suo giudizio, è quello giusto. Insieme all’altrettanto raro “Inventario siciliano” del 1977 (edito da lui stesso), quest’antologia personaleè un esemplare esercizio di sottrazioni. Nel distillare il proprio incantamento, lo sguardo di Sellerio elude, come sempre, ogni tentazione simbolica. Ci ammalia l’essenzialità della sua rappresentazione di un’umanità umilissima, fissata negli attimi in cui si scompone vitalisticamente, in quell’aspra Palermo dei rioni (Monte di Pietà, Ballarò, Kalsa) come nel ventre duro di una certa Sicilia remota (Montelepre, Cefalù, Isnello, Randazzo, Racalmuto, Gela): è il racconto di una situazione socialmente degradata che si consegna al tempo, unitamente al geometrico trovarsi in media res di colui che ne fotografa lo scheletro. Queste figure fatali di donne bambini e uomini, concentrate nel loro chiassoso o silenzioso vibrare, sono immagini che respingono ironicamente ogni didascalia. Persino Leonardo Sciascia, nella sua introduzione, sembra intimidito dall’evidenza di queste fotografie, che si trovano riprodotte in selezioni più recenti e però mai con le stesse dimensioni e pregevolezze.
Solamente una di loro ha avuto il commento dello stesso Sellerio, quella memorabile dei ragazzini di Palermo che mimano una fucilazione (pubblicata nel 1971 dalla rivista “Life”): «Registrai quella scena perché era soltanto un gioco. E il gioco è quella forma in cui, più di ogni altra, la vita dovrebbe essere vissuta: per questo avevo scelto la fotografia».

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