Francesca on febbraio 3rd, 2015

La fotografia incontra la scultura e si fonde in un percorso artistico di grandissimo respiro. Accade (ancora) in Laguna, dov’è appena stata inaugurata – e resterà aperta fino al 29 marzo – la mostra Candida Höfer – Les Bourgeois de Calais à Venise . Protagonista la grande scultura di gesso esposta da Auguste Rodin alla Biennale del 1901, e acquistata dalla città di Venezia per la collezione di Ca’ Pesaro, che oggi apre il percorso rinnovato della Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Quello stesso capolavoro ispirato a un episodio avvenuto nella guerra dei Cent’anni, ha acceso l’obiettivo di Candida Höfer, fotografa tedesca esponente della cosiddetta Scuola di Düsseldorf, dando vita a un’insolita rilettura dell’opera, già di per sé intensa e teatrale. Allestita nello Spazio Dom Pérignon di Ca’ Pesaro, a Venezia, l’esposizione curata da Gabriella Belli con il progetto espositivo di Daniela Ferretti, presenta una selezione di scatti tratti dal lavoro del 2001 Douze-Twelve, commissionato all’artista dello scatto dal Musée des Beaux-Arts et de la Dentelle di Calais, per il quale lei ha immortalato le dodici fusioni de Les Bourgeois de Calais di Rodin esistenti al mondo. Dopo i lavori sugli interni di spazi sia pubblici sia privati e i soggetti in esterno degli Zoologische Gärten , tutti accomunati e noti per la ricerca della perfezione dei dettagli e una non comune dimestichezza e tecnica nella gestione e controllo della luce, la Höfer offre ora a Venezia uno stimolante intreccio e uno splendido incontro con una scultura complessa e molto conosciuta. Antropologa dello spazio vissuto, attraverso il suo obiettivo la fotografa-artista propone un raffinato stile documentario, riuscendo comunque a descrivere al meglio il mondo costruito dagli uomini.

È pittore, grafico e performer, ma è la fotografia ad affascinare Nicolò Paoli, nato a Miradola 34 anni fa, figlio del celebre cantautore Gino. Nicolò è impegnato fino al 21 febbraio alla Galleria Ph Broking in via Farini 56. Nudi femminili, ma anche di elementi di natura (vegetazione, fiori…), qualche scorcio paesaggistico per una rinnovata vicenda d’immagine che eleva ad intensa elaborazione rappresentativa, pur nell’assunzione di un linguaggio essenziale. E quando Nicolò vuole portare la fotografia a pezzo unico, contamina di resine parti dell’immagine che nel tempo subirà, per ossidazione, delle trasformazioni, solo in quelle zone in cui non è coperto dal prodotto di proprietà plastiche (resina) che consente buona resistenza agli agenti chimici. È quanto accade nel trittico del paesaggio urbano di Genova collocato su materiale di recupero in metallo. Il giovane si dichiara irrequieto, curioso, “schizofrenico e un po’ dadaista”, punta ad una fotografia non come bel ritratto. Si sente distante dagli studi di architettura, non portati a termine. Ama sporcare l’immagine, nel senso che le donne che coglie mentre sono immerse nel mare, o suonano uno strumento musicale, e talvolta in pose, atteggiamenti anche trasgressivi, si rapportano a macchie circostanti.

«La mia ricerca – sostiene il giovane – tende al classico attraverso l’astrazione. Non cerco l’estetica fine a se stessa, ma di elaborare il pensiero che la forma sottende. Il mio occhio vuole essere un obiettivo a grandangolo per uscire fuori dai limiti di una determinata realtà». I suoi referenti culturali sono soprattutto Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, ma la sua ammirazione va anche al concettuale modenese Franco Vaccari. Nicolò si muove con una certa bizzarria nel campo delle sue indagini. E alle pareti c’è pure un collage, su tavola, di tanti pezzi di un manifesto di pubblicità, al femminile, recuperato in un negozio di cosmesi. Anch’esso si connota di resine. Al suo obiettivo si offrono pure piante e acqua. E aspetti della natura non inquinata affiorano, con particolari, nelle sue fotografie, quasi ad indicare un processo di idealizzazione di sentimenti consonanti, perché l’artista dichiara di coltivare orchidee. Il giovane vive a Genova, che considera una città “chiusa”. E non nasconde l’entusiasmo per le sue origini modenesi. «Mia madre è di Carpi e anche mia nonna che ancora vi abita. Di genovese ho l’accento, ma l’amore per Modena è forte. So fare anche lo gnocco fritto e la pasta».

Francesca on gennaio 30th, 2015

Classe 1989, Valeria Cornia è una giovane donna che “convince” fin dal primo sguardo, confermato dalle prime parole che le si senta proferire. Laureata in Beni Artistici e dello Spettacolo all’Università di Parma, ha già all’attivo un anno in Danimarca, come ragazza alla pari mentre, al momento, collabora con il Rugby Carpi da educatrice per bimbi. In realtà Valeria è molto altro. Recentemente ha partecipato a “Scattastorie Nx Generation”, primo talent show dedicato alla fotografia guidato dal fotografo di moda Stefano Guindani. Cinque le puntate andate in onda su Real Time e Dmax, a due delle quali ha partecipato anche Valeria, classificandosi infine seconda. «Sono stata contattata dalla casa di produzione che aveva notato i miei scatti su internet. Ogni puntata del programma prevedeva la sfida a un altro concorrente – spiega – tramite lo scatto di tre foto, in una situazione spesso caotica, ognuna con un tema diverso, nel tempo di una sola ora. Si è trattato di un’esperienza molto divertente e positiva, e mai mi sono illusa potesse essere un biglietto di ingresso per qualcosa. Ho imparato quali figure e caratteristiche sono richieste nel mondo della fotografia e ho potuto assimilare il punto di vista di un professionista».

Come nasce la passione di Valeria per la fotografia? «Ho iniziato credo un po’ come tutti – racconta – cercando di immortalare momenti, persone e oggetti attorno a me. Poi ho cercato di catturare le immagini da un punto di vista diverso, di descrivere ma anche di raccontare. Ora la mia regola principale è evitare di costruire la scena che sto immortalando». Fotografia, ma anche disegno e pittura. «Non mi sento una fotografa, o almeno non solo sono una persona che disegna, scatta, scrive: tutte cose che mi fanno sentire bene, mi arricchiscono e spero lascino qualcosa negli altri. Amo ritrarre la campagna emiliana e mi piacerebbe scattare immagini nei luoghi colpiti del terremoto del 2012. Presto verrà stampata la mia prima mostra coi ritratti più significativi eseguiti in un mio viaggio in Palestina e Israele nel 2013. Spero di poterla esporre anche a Carpi». (

A tu per tu con John Lennon e Yoko Ono. «E chi se lo scorda più». Parola di Bruno Vagnini, fotografo reggiano che, giovanissimo, immortalò l’ex Beatles e la moglie al loro secondo “Bed-in” organizzato nel maggio del 1969 al Queen Elizabeth Hotel di Montreal, in Canada, per dare un messaggio di pace. Quel giorno storico se lo porta nel cuore e le foto scattate in quell’occasione stanno facendo il giro del mondo ancora oggi. Ora sono pronte a partire per Malaga, in Spagna, dove saranno le protagoniste della mostra “John Lennon & Yoko Ono: Suite 1742” presso il Centro culturale Termica. Una trentina di scatti in bianco e nero per anni rimasti in un cassetto, prima di essere mostrati a Napoli, Londra, Reggio, lo scorso anno a Bologna e da questo venerdì fino al 23 marzo a Malaga. «Quello fu uno dei casi più fortuiti e inaspettati della mia vita – racconta di quella giornata il fotografo reggiano – All’epoca avevo 19 anni, frequentavo il corso biennale di fotografia all’accademia di Belle Arti di Montreal.

Ma mai avrei pensato che mi sarebbe capitata un’occasione simile: immortalare John Lennon e Yoko Ono per il loro celebre “bed-in”…invece capitò e, ora che di anni ne ho 66, ricordo ancora come se fosse ieri cosa provai quel giorno. Feci diciassette piani di scale a piedi, per timore che qualcuno (se prendevo l’ascensore) mi fermasse. Mi tremavano le gambe davanti alla porta della camera. Con me avevo la mia prima Nikon e un solo rullino. Quando il manager della coppia Lennon-Ono mi fece entrare in quella stanza, mi si aprì un mondo». Ora quel mondo riprende vita in Spagna, attraverso la mostra nata da un’idea di Simona Borrillo, curatrice trentenne pure lei di Reggio Emilia che conosce Bruno Vagnini durante i suoi studi all’Università di Bologna. La Borrillo è laureata in Storia dell’Arte con una tesi proprio sull’artista Yoko Ono. E della coppia-mito racconta: «John Lennon era una star e, in lui, vita pubblica e vita privata si sono fuse saldamente senza possibilità di essere districate. Insomma, la vita di John Lennon è sempre stata arte. Tanto che lui e la moglie decidono di trascorrere la luna di miele in pubblico stando distesi in un letto indossando soltanto un pigiama. I giornalisti di tutto il mondo sono i benvenuti: tema di discussione di quel momento è la ricerca della pace e il modo per ottenerla».

È il celebre “Bed-in” quello di cui si parla, messo in campo dalla celebre coppia ad Amsterdam e appunto a Montreal sul finire degli anni Sessanta. E proprio in Canada, come si diceva, il fotografo reggiano «seppure alle prime armi e con la difficoltà della posizione in controluce di Yoko e John stagliati davanti alla finestra – prosegue la Borrillo – riesce a immortalare il secondo “Bed in” con 26 scatti». Scatti che, secondo Vagnini, «colgono gli sguardi di due innamorati». La mostra (per info: www.latermicamalaga.com) dunque presenta uno dei momenti più significativi per la storia, la musica e l’arte del XX secolo. Ma non è la sola che ha in programma Vagnini: «Dopo aver immortalato quell’evento storico, non smisi più di fotografare personaggi del mondo dello spettacolo, politici, gente impegnata nel sociale. Insomma, tutti colori che hanno e hanno avuto un messaggio forte da lanciare. E presto proporrò una esposizione anche con questi scatti».

Francesca on gennaio 28th, 2015

Se il mondo è fatto di immagini, la fotografia sin dai suoi albori ha saputo esserne la più straordinaria e stupefacente interprete, facendosi largo nella storia dell’Occidente e ponendosi al centro del dibattito culturale già a metà Ottocento. Ben prima degli interrogativi di Benjamin sul valore della riproducibilità dell’opera d’arte, dunque, la fotografia già poneva quesiti facendo proseliti tra gli entusiasti e i detrattori: eccitando i primi e inquietando i secondi. In mezzo c’era già un universo, quello borghese, che diveniva fruitore sempre più abituale delle meraviglie della nuova scoperta. A cominciare da quegli stupefacenti stereoscopi che per la prima volta mostravano immagini in tridimensionalità, aprendo lo sguardo su paesaggi e città nuovi, come in un viaggio da compiersi però dalla poltrona di casa propria. Insomma, una vera rivoluzione.

A indagare in queste atmosfere è Giovanni Fiorentino con il suo Il flâneur e lo spettatore. La fotografia dallo stereoscopio all’immagine digitale (Franco Angeli Editore, pagg. 109, euro 15) che all’acuto sguardo critico dell’autore affianca testi di Charles Baudelaire e Oliver Wendell Holmes. Il primo, benché avesse ceduto alle seduzioni di Nadar lasciandosi ritrarre dal più grande fotografo dell’epoca, non riesce a conciliare il suo fare poetico con la comprensione della nuova arte, che inutilmente oppone alla pittura – a suo dire i fotografi sarebbero pittori mancati – ritenendola frutto di un «americanismo» allora nascente e bocciandola come «follia industriale». Baudelaire subito si scagliò contro Daguerre e «la società immonda che si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra».
Sull’altro fronte Holmes, che da medico è immerso nei saperi scientifici e che incarna il ruolo dello spettatore moderno: per lui la fotografia non solo è una grandiosa fonte di piacere ma ne intravede tutto il potenziale, promuovendola come una «vittoria dell’ingegno umano».

Francesca on gennaio 27th, 2015

SENIGALLIA (Ancona) SEMPRE nuove importanti acquisizioni per la raccolta fotografica del Musinf. L’ultimo ad entrare nel Museo della fotografia è stato Adriano Gamberini con un corpus molto importante del suo lavoro. Ad accogliere Gamberini al Musinf sono stati l’assessore alla Cultura di Senigallia Stefano Schiavoni, il suo collega pesarese Daniele Vimini, il direttore del Museo, Carlo Emanuele Bugatti e il fotoreporter Giorgio Pegoli. A congratularsi con Gamberini c’erano, insieme a tanti amanti di fotografia, Renato Galbusera, dell’Accademia di Brera; Maria Jannelli, del Liceo artistico di Brera; Ruggero Passeri, autore della mostra sui luoghi di Pier Paolo Pasolini, allestita dalla casa delle letterature di Roma; lo scultore Gugliemo Vecchietti Massacci, dell’Accademia di Belle Arti di Bologna e l’editore della rivista Arte contemporanea, Antonio D’Agostino. Di Adriano Gamberini Dario Fo ha scritto: «Adriano è qualcosa di più di un fotografo: è lo scopritore di immagini stupefacenti». Descrivendo la personalità di Gamberini il premio Nobel ha anche sostenuto che il fotografo pesarese «non porta con sé particolari apparecchiature, né riflettori, né lampi, né trasformatori di luci, non sapendo insomma che farsene degli effetti speciali, bastandogli la sua camera. Nel suo produrre immagini non c’è nulla di accidentale. Nulla viene dal caso. Ogni foto è calcolata e proiettata dal suo cervello».

MOLTO soddisfatto dell’operazione è stato Schiavoni cge, ci racconta, cercherà di fare incontrare nuovamente Gamberini e Dario Fo. «Stiamo lavorando ci ha spiegato ad una presnetazione delle foto di Adriano a Brera. Siamo in stretto contatto con l’accadenia di Belle Arti milanese e vogliamo stabilire una data che preveda anche la presenza di Dario Fo. Questo rientra anche nelle prerogative del nostro museo che sono quelle di promuovere la fotografia». Adriano Gamberini è nato a Sant’Angelo in Vado. Vive e lavora a Pesaro. La passione per i viaggi e l’amore per la fotografia lo hanno condotto in giro per Italia, Europa, Asia e nelle Americhe. Dal 1998 ha esposto in numerose personali, tra cui quella intitolata: Altro Mondo, curata e presentata da Dario Fo a Pesaro, nel 2007 e quella intitolata Oltre, al Centro nazionale di Fotografia di Padova, nel 2011. Le fotografie di Gamberini sono state pubblicate in giornali e riviste nazionali, nel 2006 ha partecipato alla realizzazione del volume Un arcobaleno all’orizzonte per Amnesty International. Ancora Amnesty International ha poi utilizzato una sua fotografia per la copertina del calendario 2011.

Francesca on gennaio 26th, 2015

A passeggio con una donna Uigura nei sotterranei cinesi di Kashgar. Di pattuglia con i curdi in Siria. Oppure a Bengasi, in mezzo alla guerriglia negli ultimi giorni di Gheddafi. Tutte esperienze che ora si possono rivivere senza lasciare il divano di casa, su un tablet o su uno smartphone, accompagnati dal miglior fotogiornalismo globale. Non solo immagini, ma suoni, sguardi, contesti e approfondimenti che grazie alla tecnologia offrono la possibilità di «immergersi» in modo innovativo nella storia e nelle storie. È la proposta di Me-Mo, un nuovo magazine digitale che punta a raccontare in profondità grandi temi sociali, conflitti e crisi umanitarie. Un progetto che punta in primo luogo sulla potenza narrativa della fotografia, grazie al team di talenti da cui è nata l’idea. Una squadra di sei fotografi pluripremiati distribuiti tra Parigi, Barcellona e Torino: Manu Brabo, José Colon, Diego Ibarra, Guillem Valle, Maral Deghati e l’italiano Fabio Bucciarelli. Il primo numero di Me-Mo (memomag.com) da oggi è disponibile gratis per gli abbonati all’edizione digitale de «La Stampa». Il magazine e il nostro giornale percorreranno poi molta strada insieme, grazie alla possibilità di sottoscrivere un abbonamento scontato a «La Stampa» insieme con le prossime edizioni di Me-Mo (i dettagli sono su lastampa.it/me-mo).

«Puntiamo a essere pionieri nel giornalismo di alta qualità unito alla tecnologia d’avanguardia», spiegano Bucciarelli e gli altri fondatori. Il primo numero dimostra la strada prescelta: reportage, mappe interattive, analisi e soprattutto grandi foto da navigare e «vivere», entrando dentro i luoghi, ascoltando le voci e muovendosi negli spazi del racconto. «Una caratteristica essenziale di Me-Mo – affermano i fotoreporter del team – è che l’interattiva è reciproca: l’utente e la macchina hanno entrambi un ruolo attivo». Non solo lettura, ma una vera e propria esperienza. Con «La Stampa» Il primo numero di Me-Mo (memomag.com) è gratis per gli abbonati all’edizione digitale de «La Stampa». Per i nuovi abbonati è disponibile un pacchetto speciale con «La Stampa» e Me-Mo a prezzo scontato I reportage del primo numero Tutte le foto di questa pagina appartengono al primo numero di MeMo nella didascalia i particolari di quattro reportage, il quinto è «Targeting the education in Pakistan» di Diego Ibarra Sánchez, che racconta come l’intolleranza e l’odio stanno paralizzando il sistema educativo in Pakistan Fabio Bucciarelli Inside the Libyan War Un viaggio nel conflitto libico, al fianco degli uomini che hanno fatto la rivoluzione.

Il desiderio di libertà, le speranze ed il dolore di un popolo descritti attraverso lla guerra civile. Da Bengasi a Tripoli, fino a Sirte, dove i ribelli hanno messo fine al regime di Gheddafi Manu Brabo Tales from a Libyan Jail Dopo essere stato detenuto per 44 giorni nelle carceri del regime, nella primavera del 2011 Brabo torna in Libia (quando i ribelli hanno preso il controllo di Tripoli) per continuare a documentare il conflitto José Colòn Between Faith and Crisis Alla fine del 2008, a causa della crisi finanziaria mondiale, in Spagna scoppia la bolla immobiliare. Molte persone cercano rifugio nella religione Guillem Valle States of Identity Palestina, Kosovo, Kurdistan e Crimea. Questo progetto documenta la natura costruttiva e distruttiva delle nazioni non riconosciute come Stato e dei suoi paradossi, esplorandone i sentimenti più intimi di isolamento, sofferenza, speranza e lotta.

Francesca on gennaio 23rd, 2015

Erwin Olaf (Hilversum 1959, vive e lavora ad Amsterdam} procede sala dopo sala, fino a quella più interna della galleria newyorkese Hasted Kraeutler che ospita la mostra Waiting: Selectionfrom Erwin Olaf Volume I&H (fino al 28 febbraio). Si ferma davanti alla parete che espone il trittico 50 years, I WishII Amll Will Be (2009). Poi, si gira lentamente verso il giovane fotografo e diventa così il quarto ritratto della serie. Ovvero un momento già passato all’interno di una storia che va avanti. «L’autoritratto, come anche tutto il corpo del mio lavoro, dovrebbe essere visto come un diario – spiega Olaf – Questo trittico, in particolare, nasce dall’aver scoperto nel 1997 di avere un enfisema. Per i primi cinque anni non avevo realizzato di cosa si trattasse, ma poi ho cominciato a capire. Fotografarmi è stato una sorta di terapia. I tubi nel naso significano guardare al futuro e accettare la malattia».

A dare l’avvio al percorso della mostra, concepita come un’ampia retrospettiva che celebra anche la seconda pubblicazione monografica che Aperture dedica al fotografo olandese, è Keyliole 3 (2011), una fotografia a colori in cui una ragazzina è ripresa di spalle, il capo leggermente reclinato in avanti, le mani lungo la schiena che si stringono con forza. Nella perfezione dell’essenzialità di questa immagine ci sono infinite sfumature: tensioni emotive, parole non dette, mistero, suggestione, intuizione. Sempre in equilibrio tra clamore e silenzio, vuoti e pieni, Erwin Olaf porta la fotografia di moda, e in generale quella commerciale, fuori dagli stereotipi, cogliendo l’occasione per utilizzare – come fa superbamente – la luce, anche per illuminare le paure, i disagi, le repressioni, in uno spazio di tempo che n o n ha inizio né fine. Nella costruzione di un’immagine che non descrive un momento del reale, ma è la proiezione delle sue fantasie (consce e inconsce), come si colloca il momento dello scatto e qual è il suo rapporto con il disegno?

Per la maggior parte delle volte parto da un’idea inaspettata, che arriva soprattutto quando sto guardando televisione trash, sono sulla spiaggia o in automobile. Insomma, durante quei momenti zen di assoluto relax. Faccio subito un disegnacelo – sono un pessimo disegnatore – che condivido con le persone con cui lavoro. La grande idea parte da me, ma poi ognuno porta il suo piccolo contributo relativamente a modelli, scenografia, set. Quindi, si procede con il casting. Molte volte ho in mente un certo tipo di modella, magari bionda. Cerco qualcosa di speciale, che però può essere anche la modella dai capelli rossi o il ragazzo transessuale o chiunque altro. Una volta sul set, quando è tutto pronto, aspetto che accada la magia. La magia è l’innamoramento per il modello. Uno stato che dev’essere ricambiato. Un momento breve in cui mi viene offerto qualcosa di inaspettato, che non mi sarei mai sognato. È allora che si concretizza qualcosa che è vicino al disegno, ma allo stesso tempo anche incredibilmente lontano dall’idea originaria. Quell’idea, che comporta l’attesa, l’angoscia, la prima lacrima, il momento tra l’azione e la reazione c’è ancora per il 75%, il resto viene fatto con la luce in studio. La luce crea il dramma, la tensione emotiva. Tutto questo viene già studiato durante la costruzione del set. Ci vuole circa un giorno per passare dal disegno al momento in cui inizio a fotografare.

Quasi mille fotografie postate: l’iniziativa «Scatta per Iren con La Stampa» ha avuto un successo che è andato al di là delle più rosee aspettative. Sono stati infatti più di 1.700 gli utenti registrati che, oltre all’invio delle foto, hanno espresso complessivamente 13.800 voti. Del resto l’argomento, svolto per immagini, era uno di quelli che a Torino, nel periodo natalizio, trova terreno fertile: si trattava di valorizzare l’iniziativa «Luci d’artista», creata nel 1998 dal Comune e realizzata da Iren e Teatro Regio di Torino.

La giuria di Iren e Torinosette-La Stampa ha scelto, tra le 10 fotografie finaliste, la foto di Fausto Lanzetti intitolata «Punto di vista…» che, con 977 preferenze, è stata anche la più votata dal pubblico. E che si è aggiudicata come premio la copertina su Torinosette di venerdì scorso. L’immagine, che riproduce l’opera «Piccoli spiriti blu» di Rebecca Horn, installata al Monte dei Cappuccini, è stata selezionata per l’originale prospettiva e l’equilibrio degli spazi. Molto gradevole l’utilizzo della luce notturna, quella che dà sul viola, nel cui contesto un caratteristico «toret» si è ricavato uno spazio significativo.

Lanzetti, agricoltore trentanovenne di Piobesi Torinese, si occupa di fotografia da una decina di anni. La location vincente, come ha spiegato, è stata casuale. «Ero a Torino per immortalare le installazioni del centro, ma una volta arrivato al Monte dei Cappuccini mio figlio piccolo non ha voluto sentire ragioni per spostarsi. Così l’ho accontentato, facendo uno scatto solo, ma molto curato: per realizzare quella particolare inquadratura con il grandangolo mi sono praticamente sdraiato per terra: volevo rappresentare il punto di vista notturno di una formica che si trova su quel belvedere».

Le due mostre
E ora l’iniziativa va avanti, per cercare di valorizzare la grande partecipazione di cittadini e lettori. Così oggi alle 10,15 presso il Museo de La Stampa in via Lugaro 21, verrà ufficialmente inaugurata una mostra temporanea che ospiterà le 25 fotografie finaliste alla presenza del presidente Iren Francesco Profumo e del direttore de La Stampa Mario Calabresi, che insieme premieranno il vincitore Fausto Lanzetti. L’esposizione sarà aperta da lunedì a venerdì dalle 10 alle 20, nei giorni festivi dalle 15 alle 20. E c’è spazio anche per una seconda mostra gemella, che ha aperto i battenti lo scorso lunedì nel Salone Clienti Iren di via Confienza 10 (da lunedì a venerdì, 8,30 – 13.00, 14.00-18.00).

Tutte le dieci immagini più votate sono incentrate sulle installazioni luminose che ormai sono diventate un vero e proprio marchio di fabbrica per Torino. Tanto che per l’edizione 2014 Iren si è avvalsa, per la maggior parte di esse, di luci a led a basso consumo e ad elevata efficienza luminosa, garantendo una significativa riduzione dei consumi. Cosa che in questi tempi di crisi certo non guasta.

OTTANTA grandi immagini per raccontare le battaglie americane per i diritti civili. Per documentare una storia, che parte dal 1776, quando nacque il comitato dei cinque, fondato da John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Robert R. Livingston e Roger Sherman, che presentò al Congresso la bozza della dichiarazione di indipendenza, fino al 1964, l’anno in cui Martin Luther King vinse il Nobel per la pace. È lo scenario della straordinaria mostra fotografica esposta ancora per pochi giorni, presso la sede della Fondazione Carispezia, di via Chiodo, ingresso libero. Venerdì alle 18.30, all’interno delle sale si terrà un concerto, dedicato alle canzoni e agli inni dei movimenti per i diritti civili, attivi negli Stati Uniti dagli anni ’60. La voce è quella del cantante e musicista spezzino Renzo Cozzani, affiancato dal talento vocale di Marta Rovinalti, anch’ella spezzina, apprezzata violista. Alla tromba, la forza del musicista Andrea Paganetto, a sottolineare ed esaltare il contrasto delle voci. Il concerto si intitola Freedom Songs, canzoni per la libertà. L’ensemble musicale spezzino, è reduce dal successo del concerto di Natale al museo diocesano: mancano solo le due sorelle Francesca ed Alessandra, spezzine, ma impegnate per lavoro in altre città. La bellissima mostra, aperta fino al 18 gennaio, si intitola Freedom Fighters, e racconta dell’impegno dei Kennedy a sostegno del riconoscimento dei diritti civili.

L’iniziativa è stata promossa nel cinquantesimo anniversario dell’approvazione della legge nota come Civil Rights Act, e del conferimento del premio Nobel per la pace a Martin Luther King. La Fondazione ha realizzato l’esposizione in collaborazione con il centro Kennedy for justice and human rights Europe, e con l’ambasciata americana in Italia. L’allestimento è curato da Contrasto e Fondazione Forma per la fotografia. Ci sono, nel percorso espositivo, immagini che sono icone della storia internazionale: scatti che testimoniano la segregazione razziale degli anni Cinquanta, con firme come Elliott Erwitt e Eve Arnold, e momenti di scontro, a Birmingham, ed ancora, l’attività politica dei fratelli Kennedy, per l’emancipazione. C’è anche la famosa immagine di Leonard Freed, che catturò Martin Luther King al rientro in America, con il premio Nobel. Gli orari di visita: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19, il sabato e la domenica delle 10.30 alle 13 e dalle 15 alle 19. Ingresso libero.