L’interesse per la fotografia converte Bologna in un dispositivo estetico che approfondisce il legame intenso tra il mondo dell’industria e la città vera (una città che, per dirla con Gabriele Basilico, «contiene la mescolanza tra eccellenza e mediocrità, tra centro e periferia») con una serie di percorsi espositivi tesi a ricreare un nuovo rapporto tra l’arte e l’abitare. Caratterizzata da un crescente intreccio con le vite degli esseri umani, dalla descrizione di chi vive ai margini delle società e delle comunità, dall’alienazione del lavoro ( Entfremdung von der Arbeit ), dai conflitti e dallo sfruttamento dell’operaio nel circuito dell’economia capitalistica e, d’altro canto, dalle varie fasi di un’industria costruttiva e innovativa che ha disegnato (e disegna) il panorama mondiale, FI-Foto/Industria – la prima Biennale di fotografia industriale promossa dal MAST di Bologna e diretta da François Hébel (direttore dei Rencontres de la Photographie d’Arles ) – propone, difatti, un ampio percorso rizomatico che, se da una parte pone lo sguardo sulle evoluzioni (e sulle involuzioni) del modello economico e capitalistico, dall’altra centra l’attenzione su una delle declinazioni più profonde del linguaggio fotografico.

Sul reportage artistico , sull’inchiesta sociale, su un racconto per immagini che è specchio antropologico, amore glorioso dell’esperienza, cronaca visiva della realtà quotidiana. Organizzata come una sorta di elogio della dislocazione che mette in campo pensieri volti a prendersi cura dei luoghi mediante interventi estetici, Foto/Industria mira a concepire un programma virtuoso, un asse dialogico tra il mondo dell’industria e quello di un’arte nata sotto il segno della riproducibilità tecnica. È, infatti, un progetto A destra, Bernd & Hilla Becher, «Colliery Bonifacius», Essen, 1981-’82; sotto, 1. Lewis Wickes Hine, «Spinner», Cotton Mill, Macon, Georgia, 1909; in alto, Kurt Blum, «Gusseisen», Genova, 1959 che si pone come «il primo forum mondiale che esplora il vasto mondo della fotografia nei suoi rapporti con l’impresa», evidenzia Hébel. Come un primo importante bilancio su un contatto (un contratto) profondo tra lo sguardo del fotografo e l’ambiente del «potere imprenditoriale».

Accanto a una Biennale dedicata integralmente alla fotografia – una biennale voluta da Isabella Seràgnoli (presidente di Coesia Group) e organizzata in sedici sedi storiche della città con una serie di preziosi focus dedicati a Cesare Colombo, Gabriele Basilico, Brian Griffin, Harry Gruyaert, Massimo Siragusa, David Goldblatt, Mark Power, Freek van Arkel, Siobhán Doran, Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Elliott Erwitt, Jacqueline Hassink, W. M. Hunt, Claude Hudelot e Mirelle Thijsen -, il centro polifunzionale MAST di Bologna offre, inoltre, una mostra che raccoglie le testimonianze di quarantotto artisti e fotografi internazionali i cui scatti ritraggono, come indica il titolo, I mondi dell’industria / Industrial Worlds . A cura di Urs Stahel, resta aperta al pubblico ancora fino al 31 dicembre (chi non ha avuto modo di attraversare le altre sedi potrà assaporarne l’essenza attraverso il prezioso cofanetto/catalogo pubblicato da Contrasto).

Quasi a descrivere e scrivere una storia dell’operosità umana, l’esposizione presenta una selezione di opere dalla vasta collezione della Fondazione MAST, articolandola di fatto in cinque sezioni tematiche: sfilano ritratti di lavoratori e del mondo operaio (commovente la mezza-figura di una bambina immortalata da Lewis Wickes Hine nel 1909, e straordinario Arbeiter , il volto di un minatore congelato nel 1930 da Jakob Tuggener), immagini di paesaggi industriali, fabbriche del passato messe a confronto con quelle attuali ( Smoke Stacks , 1943, di Berenice Abbott e Siemens AG scattata da Timm Rautert nel 1989 ne sono esempi lampanti), «macchinari imponenti, visivamente leggibili, degli inizi», comparati ai «muti, enigmatici strumenti moderni». Infine alcune raffigurazioni che mostrano una trinità essenziale del processo di produzione industriale: energia , trasporto e comunicazione . È proprio in questi cinque nuclei orientativi che il territorio antropologico dell’arte si fa spazio per immergere il pubblico in un teatro sociale il cui volto racconta, attraverso un patrimonio irrinunciabile (attraverso pensieri visivi pungenti ed efficaci che riferiscono, feriscono e rivelano la realtà reale ), la storia della civiltà – e l’arte è qualcosa d’indipendente e sovrano eppure d’intimamente legato a una civiltà, a una storia -, la «zona d’ombra della società», il rimosso del mondo, i furori collettivi della vita, lo spettacolo, fragile, irrequieto, effimero dell’umanità.

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