Sussurrate a una donna «ti amo» e otterrete uno sbadiglio. Fatela spogliare, ditele cosa fare e vi si spalancherà davanti. Lucida e arresa, pronta afarsi definire da voi. Giangiacomo Pepe è uno che sa cosa ordinare a una donna per svestirla, scoprire chi è e fotografarla. Sa bene che quelle sulla reificazione sono frottole e che una donna è tutta inscritta nel suo corpo, che è la fabbrica del suo pensiero. Trent’anni, genovese, è stato un grafico e molte altre cose che, tutte assieme,lo hanno condotto alla fotografia. Destino, non colpo di fulmine. I suoi nudi trovano ciò che vorremmo notare se sapessimo dove cercarlo: non c’è un senso, c’è solo l’ordine causale di semina e raccolto.

Solo bellezza. L’erotismo non c’entra nulla: le ragazze di Giangiacomo non sono nude per farsi desiderare, ma per affidare il dettaglio che le identifica. Quel dettaglio troppo segreto per stare su un viso, perché un viso è carico di censura. Pepe, allora, lascia fuori campo le facce: inquadra schiena, fondoschiena, cosce aperte, quella cosina che le nonne chiamano Natura. Niente modelle: non gli piacciono, non sanno giocare. Solo amiche, passanti, ragazze conosciute intorno a un tavolo pieno dicalici vuoti. Il primo piano di una Natura che fa la pipì per strada lo ha fatto a una sconosciuta, a Roma. Professionale lui, fiduciosa lei. Il primo libro di Pepe, una raccolta di un centinaio di scatti in bianco e nero, autoprodotto e quindi costatogli 12 fatiche, sta per vedere la luce. Rigorosamente in pellicola, è per ora l’ultima parola di Giangiacomo sui corpi nudi.

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