QUELL’IMMAGINE che racconta l’essenza di un mondo grazie a un punto di vista e che ci fa restare attaccati con gli occhi e con la mente al suo significato forte e affascinante: elementi così, fondamentali del mondo di Nino Migliori, hanno trasformato un uomo in un Maestro, garantito al suo lavoro l’aura di evergreen e alla sua fantasia quell’effetto Dorian Gray (giusto per scomodare uno dei temi a lui più cari, quello del tempo) che le permette di essere sempre contemporanea, attraverso le epoche. Ecco perché Migliori, 89 anni, primi scatti nel 1948, è tra i nomi che costruiscono la mostra Phone Photography’, fino al 2 giugno al Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, dedicata allo smartphone che «nelle mani di qualcuno che sa vedere può diventare una vera e propria macchina fotografica capace di registrare la realtà, di interpretarla e realizzare vere fotografie».

Contemporaneamente il maestro bolognese, sempre in viaggio tra Italia e mondo, ha suoi lavori in mostra a Italia Inside Out’ a Milano, a Lugano nell’ambito dell’esposizione Incanto e Illusione’ alla Photographica Fine Art e presto si vedrà il suo mitico Tuffatore» scatto del 1951 sul Molo di Rimini al centro del percorso espositivo del Padiglione Italia dell’Expo a Milano. Da oggi, infine, collocate dentro ai 4000 metri quadrati del padiglione Arts & Food’ curato da Germano Celant alla Triennale, sono collocate quattro fotografie storiche degli anni Cinquanta. Mi sembra che la sua sintonia con lo scorrere del tempo sia perfetta e che continui a voler sperimentare tutto il prima possibile quando è nato l’amore per l’iPhone? «Ho a disposizione un mezzo, la fotografia, che come ho sempre detto serve per interpretare la realtà. Appena uscito l’iPhone l’ho preso. Ma vorrei ricordare che nel 1979, quando insegnavo al corso di Quintavalle all’università di Parma, avevo già avuto la percezione che presto sarebbe uscito un mezzo nuovo che non sarebbe stato legato alla fotografia analogica e pubblicai un primo fascicolo della Fabbri in cui scrissi La fotografia è morta, viva la videografia’. Poi arrivarono il digitale e il cellulare». E adesso cosa legge nella sfera del futuro per la fotografia? «Da molti anni teorizzo che un domani la fotografia si potrà trasmettere direttamente al cervello, in America ci sono molti fondi universitari per la ricerca in questo senso». Le sue foto fatte con smartphone e in mostra a Bibbiena dimostrano il suo continuo interesse per il potere dell’immagine: come nascono?

«Parto dall’idea e dopo cerco il metodo più adatto per esprimere il mio concetto e questo spiega anche la teoria che porto avanti da sempre: ovvero che la fotografia non è rappresentazione della realtà ma ne è un’interpretazione». La sua ricerca dimostra che alla base del lavoro deve esserci il divertimento della scoperta. «C’è stato un momento, nella mia vita, in cui conobbi Cartier-Bresson che mi invitò a collaborare con la Magnum, ma mi pagavano 12 mesi dopo il lavoro consegnato e io, che avevo famiglia, non potei accettare. Ma riconosco di non essere mai stato portato per la committenza, accetto progetti da altri solo se mi piacciono e mi permettono di esprimermi liberamente». Alla mostra di Lugano ha esposto degli scatti mai visti prima. «Il lavoro si intitola Cuprum ed è proprio del 2015. Protagonisti del mio sguardo sono dei tavolini in rame di un pub londinese, il Riverside Lock a Camden, che mi hanno colpito durante un recente viaggio con mia moglie Marina, per tutte le tracce di ossidazione lasciate dai bicchieri di birra appoggiati dalle persone nel corso della sua lunga storia. Li ho fotografati dall’alto e quando sono tornato a Bologna e li ho messi su sfondo nero ho avuto una folgorazione, vedevo dei pianeti, e sono tornato a Londra per fotografarne altri, dovevo finire il lavoro»

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