Se André Breton fosse ancora in circolazione a Parigi e gli capitasse di visitare questa mostra di fotografie di David Lynch lo arruolerebbe seduta stante nel movimento surrealista tra i «photographes chercheurs de signes» e di sogni, quelli sempre a caccia di imprevedibili, perturbanti e stranianti deterrenti visivi dell’immaginario impregnato di suggestioni e ossessioni che emergono dai vasti e misteriosi territori dell’inconscio, dai lati oscuri della realtà. E lo considererebbe come un degno compagno di strada di artisti fotografi come Man Ray, Brassaï, e in particolare di Raoul Ubac e Dora Maar. Nella poliedrica attività di regista, scrittore, attore, pittore e scultore di Davis Lynch la produzione fotografica ha un posto particolare perché se da un lato è strettamente coerente allo spirito e alle atmosfere inquietanti dei film, ed è collegata a temi e soggetti presenti nei lavori pittorici e plastici (esposti qui a Parigi alla Fondation Cartier qualche anno fa), dall’altro lato rappresenta una ricerca con caratteristiche specifiche.

Con la fotografia David Lynch cerca di elaborare e fissare delle visioni sospese in una dimensione spazio-temporale formalmente più intima e concentrata, da cui far affiorare aspetti per così dire più clandestini e laterali dei suoi pensieri e dei fantasmi segreti dei suoi ricordi in particolare quelli infantili. In occasione dell’apertura dell’esposizione alla Maison Européenne de la photographie l’artista ha sottolineato la specificità del suo lavoro fotografico: «Nei film è possibile costruire un mondo completamente nuovo, anche se si percepisce l’esistenza di mondi differenti. In queste fotografie c’è un mondo che ci è familiare, senza essere esattamente il nostro, e che ci spinge ad interrogarci. Io amo l’idea che ogni immagine – preferisco questo termine a quello di fotografia – possiede un suo proprio tempo, anche se per me è troppo corto». Non a caso la mostra si intitola «Small Stories», piccole storie, che per molti versi si contrappongono alla «grandi storie» proiettate sugli schermi, ma che possono essere altrettanto intense e profonde, e anche di più. Il percorso espositivo si articola attraverso alcuni temi principali, per un totale di cinquantacinque grandi foto (tutte in bianco e nero e di misura 60×80).

Nella sequenza degli Interiors , vediamo misteriose stanze abitate da strane o incongrue presenze. Ci sono poi le vetrine ( Windows) e le teste ( Heads ). Qui le teste, attraverso sofisticate sovrapposizioni, compenetrazioni e dissolvenze, contengono all’interno ombre di figure, o di edifici. L’ultima serie è quella dei paesaggi, alcuni un po’ banali come la schiera di candele accese sulla riva di una spiaggia di notte, altri più enigmatici come la scena autobiografica di Thinking of Chidhood , dove in una landa desolata troviamo un bambino con un cavallo a dondolo e un piccolo aereo lontano.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!