NELL’ERA della cultura digitale e della democrazia dell’arte, che, grazie alle nuove tecnologia appartiene davvero a tutti, anche la fotografia è una forma di espressione creativa dove la condivisione dell’opera è più importante del suo valore come lavoro originale. Ed è diventato, il reportage, un piacere ossessivo alimentato dalla nostra dilagante passione per i social network che sono i più imponenti archivi fotografici dell’universo, infinite biblioteche di immagini dove la selezione e la catalogazione sono di per se un atto artistico. A Savignano sul Rubicone, da oggi a domenica, il ‘SI Fest, Savignano Immagini Festival’ offre uno sguardo attento e ‘trasversale’ sul panorama internazionale della fotografia contemporanea, portando in scena proprio il lavoro di artisti che hanno scelto di utilizzare gli archivi non solo come depositi, ma anche come fonte di ispirazione.

ATTINGENDO, quindi, per i loro progetti, a materiale accumulato, a volte casualmente, altre volte con l’intenzione di tenere un diario, da fotografi amatoriali che hanno così lasciato traccia labile delle loro vite. Come il tedesco Joachim Schmid (a villa Torlonia, San Mauro Pascoli), che ha assemblato decine di foto trovate per strada o acquistate ai mercatini delle pulci in varie città del mondo. Tanti piccoli volti, lontani geograficamente tra loro, ma incredibilmente simili. O il modenese Franco Vaccari (galleria di Corso Vendemini) che presenta al festival due filmati. Uno ‘Provvista di ricordi per il tempo dell’Alzheimer’ condensa in pochi minuti di video e fotografie i momenti più importanti della vita dell’artista. L’altro, ‘L’album di Debora’ è un documentario realizzato utilizzando gli album personali di una ragazza che si era proposta al fotografo come modella.

E proprio all’archiviazione è dedicato il convegno di sabato (Accademia dei Filopatridi, piazza Borghesi, ore 17), ‘Fra arte e memoria. Come nasce un archivio fotografico’, in collaborazione con l’Ibc, moderato da Angelo Varni, presidente Ibc. Il festival propone anche una mostra del lavoro di Elio Luxardo (Galleria della Vecchia Pescheria), il fotografo scomparso nel 1969, che anticipò l’estetica di Robert Mapplethorpe e Annie Leibovitz. 40 nudi maschili e femminili in buona parte inediti che offrono una immagine del corpo umano fissato nella plasticità della scultura classica, dove è lo spettatore a dover immaginare la carica sensuale che si nasconde nei giochi d’ombra dall’effetto altamente drammatico. All’opposto, luminosa e quasi fantascientifica la fotografia dello sloveno Roman Bezjak (Palazzo Martuzzi), che ritrae edifici dell’era comunista nei paesi dell’est europeo, che rivelano, sorprendentemente, forme futuribili, simili a quelle di colorati giocattoli di plastica. Concorsi, laboratori e spazio per giovani autori provenienti da scuole internazionali completano il ricco programma. Un esempio per tutti? Tommaso Protti.

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