Il festival di Arles di quest’anno, il principale di fotografia in Europa, ha coronato il ventinovenne bolzanino Nicolò Degiorgis, laureato in cinese a Ca’ Foscari e studioso di problemi dell’immigrazione all’Università di Trieste, come autore ed editore del «miglior libro d’autore» di quest’anno. Un premio importante che riguarda stavolta un libro auto-prodotto, e un premio meritato per la precisione e bellezza del l’edizione (si può richiedere il libro tramite www.rorhof.com; Rorhof è il nome della casa editrice di fotografia, e si spera anche d’altro, che Degiorgis sta cercando di mettere in piedi nella città natale insieme a Eleonora Matteazzi), come per l’originalità e validità dell’idea che lo regge, per l’argomento preso in esame e per il modo in cui esso viene esplorato.

Il titolo del libro è Hidden Islam, Islam segreto, Islam nascosto, e il sottotitolo Islamic makeshift places of worship in North East Italy, 2009-2013, e si tratta in effetti di un repertorio, di un’inchiesta sui luoghi di preghiera di fortuna, occasionali e improvvisati (ma a volte diventati pressoché stabili, in certi giorni e orari) che gli immigrati musulmani nel Nordest italiano si sono dati, spesso in condizione di semi-clandestinità per le avversità del l’ambiente. Il paradosso veneto sta nella massiccia presenza di immigrati (in prevalenza musulmani) di cui quell’economia ha bisogno, e nel modo assai spesso razzista con cui quella società ha voluto accoglierli.
Peraltro, ricorda Martin Parr – uno dei più originali e formidabili fotografi di questi anni – nella prefazione che ha voluto scrivere per il volume, l’Italia accoglie quasi un milione e mezzo di arabi e ha permesso la costruzione solo di otto moschee in tutta la penisola. «Anche se in Italia il diritto alla libertà di culto, senza discriminazioni, è protetto dalla Costituzione», e anche se «l’Islam è la seconda religione come diffusione», essa non è ufficialmente riconosciuta dallo Stato.

Ancora Parr: «Un aspetto affascinante della fotografia è che può parlare di luoghi e idee di cui altrimenti non avremmo conoscenza». Sì, c’è ancora un aspetto conoscitivo della fotografia (e del giornalismo e del cinema documentario, quando non rimestano nell’ovvio) che non va assolutamente dato per scontato: anche se in questi anni l’esplosione e invasione della comunicazione – quella manipolata e manipolante, la finta comunicazione – ne ha reso incerto lo statuto e l’ha spesso relegata alla conferma del noto o alle disavventure dell’arte, questo non vuol dire che essa non possa essere usata – come il giornalismo d’inchiesta, come il cinema documentario o semi-documentario – per la perlustrazione del non-noto, degli angoli bui della società e di tutto quanto non vogliamo vedere anche se sarebbe nostro dovere vedere. Un libro attivo, dunque, alla fine del quale non possiamo più dire di non sapere, e che ci invita a prendere la questione nelle nostre mani, secondo coscienza.

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