Annie Leibovitz, Juergen Teller, Bruce Weber. Lei è la fotografa del rock Anni 70, reso immortale in bianco e nero sgranato sulle pagine del vecchio Rolling Stone , Teller il ribelle che va sui set della moda e del lusso con un solo assistente e qualche macchinetta tascabile a pellicola degli Anni 90, Weber il maestro delle foto in bianco e nero scintillante come l’argento e genio del marketing che ha creato, da zero, l’immagine di alcuni dei più grandi gruppi americani della moda. Leibovitz, Teller, Weber: insieme, per la prima volta, nella stessa campagna, a fotografare le stesse cose: gli abiti e gli accessori della prima collezione, per Louis Vuitton, di Nicolas Ghesquière.

Tre fotografi, tre punti di vista , tre location, tre stili. Colore saturo illuminato da luci morbide, colore «sparato» con la luce del flash impressa sulla pellicola 35mm, bianco e nero virato leggermente sull’azzurrino, con il contrasto ridotto al minimo, andando contro alla prassi della fotografia di moda e quasi alle leggi della fisica.

Leibovitz ha scelto l’attrice Charlotte Gainsbourg come musa, simbolo dello spirito creativo in un contesto creativo: negli studi degli artisti Ellsworth Kelly e Brice Marden, e allo Storm King Art Centre di New Windsor, a nord di New York. Teller ha scelto il padiglione scandinavo nei Giardini della Biennale di Venezia, con Freja Beha. Weber ha fotografato Liya Kedebe, Jean Campbell e Kirstin Liljegren in una cava poco fuori Miami, il bianco e nero illuminato dalla luce accecante della Florida meridionale, moltiplicato dalla roccia.

E’ una campagna atipica non soltanto per l’idea del trittico, e dei punti di vista di artisti diversissimi (nonché del budget, moltiplicato per tre). Ma perché a stupire, nel lavoro di tre artisti così diversi, sono le similitudini.

Vuitton aveva appena fotografato le modelle in Sudafrica tra giraffe e ghepardi, davanti all’obbiettivo di Peter Lindbergh, altro maestro, una campagna iperreale. Adesso, mette insieme fotografi diversi per raccontare la stessa storia: l’arte per Leibovitz, con la moda nell’atelier del pittore. La tecnologia per Teller: un prototipo di automobile difficile da catalogare (è degli anni 70), accanto a un albero che esce dal cemento. La natura, arida, per Weber – la negazione del glamour delle location di lusso da cartolina di tante immagini di moda.

Perché guardando con attenzione il loro lavoro, si vede come questi tre fotografi resi ricchi e famosi dalla moda abbiano un’anima più complicata. Leibovitz, consacrata dal rock diventata poi regina delle copertine delle riviste patinate scattate su set hollywoodiani con i suoi trenta assistenti, di tanto in tanto accantona il contorno di celebrities e riprende in mano la Leica, pellicola in bianco e nero, e racconta, sola davanti alla verità e all’inevitabile, i crimini di guerra in Bosnia, o la morte della sua compagna, la scrittrice Susan Sontag. Teller, tanto amato dagli stilisti, è il fotografo della nudità meno sexy e più disadorna e cruda, il provocatore convinto che a ben guardare, in ogni immagine c’è la morte – la decadenza del corpo, il passare del tempo (il suo autoritratto più famoso è quello con in braccio il figlio piccolissimo, con gli stessi occhi blu, la stessa espressione: «Ho cominciato a morire nel momento della sua nascita»). E Weber? Lontano dai set dei ricchi e dal marketing, prende una vecchia Rolleiflex e fotografa i figli degli amici, i suoi magnifici cani labrador, il laghetto dietro la sua casa di campagna, nel silenzio.

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