Catturare la luce è una faccenda per scienziati e fotografi. Vittorio Storaro appartiene ovviamente alla seconda categoria, dove è riuscito a formare un’immagine poetica del suo mestiere, attraverso i lavori con grandi registi e tanti premi, tra cui ben 3 Oscar. Ma è anche un po’ scienziato, perché, specie nell’era analogica, la luce andava pensata e tradotta, aspettando poi il verdetto, non immediato come oggi, dove oltre a capire subito se si è nel giusto, si può, con la post produzione, fare di tutto, visto che in America si dice spesso: non perderemo troppo tempo, tanto poi si rimedia. Storaro è a Venezia, in una giornata dove la luce sembra mancare del tutto e la pioggia non finire mai, quella debole, la più subdola. C’è una platea di studenti dell’Accademia delle Belle Arti, ansiosi di ascoltarlo e c’è un gran bel libro che attraversa la “luce” della storia del cinema e che merita un’adeguata presentazione (“L’arte della cinematografia, scritto con Bob Fisher e Lorenzo Codelli, edizioni Skira, prezzo non economico di 80 euro).

La storia del cinema si intreccia con la storia di Storaro, fin da ragazzo, quando, sulle orme del padre proiezionista, ha capito che non ci sarebbe stato altro mondo che quello: «Guardavo i film dalla cabina di proiezione, ma vedevo solo le immagini. Per me il cinema, fin da allora, è stato muto». Come in ogni storia di grandi artisti, c’è dell’avventuroso in quel che racconta: «Volevo iscrivermi al Centro Sperimentale di Cinematografia ma a 16 anni mi dissero che ce ne volevamo 18, a 18 che ce ne volevano 20 e che per saltare l’ostacolo bisognava fare un concorso e piazzarsi tra i primi 3». A parte che sembra un discorso che oggi calza perfettamente con l’attesa della pensione, ovviamente Storaro quel concorso lo vinse. E ai giovani che lo ascoltano con attenzione, dice: «Non abbiate fretta. Come allora bisogna studiare, essere umili, partire dalla gavetta, quando si è giovani non si capisce tutto, conoscere la tecnica e non pensare che con una telecamera digitale di oggi in un’ora si diventa registi, anche perché il cinema è un lavoro collettivo, mai singolo». Il direttore della fotografia (“cinematographer” come dicono gli americani e come piace a lui) più premiato d’Italia, ha iniziato dunque dal basso, ma la molla decisiva è un po’ appesa anche questa al caso (“Ma la fortuna si aiuta”): «Avevo lavorato con Bertolucci in “Prima della rivoluzione” come operatore, così un giorno mi chiamò e mi propose di lavorare come direttore della fotografia in “Strategia del ragno”».

Da lì poi arrivarono “Il conformista”, “L’ultimo imperatore” (Oscar), “Piccolo Buddha”, “Ultimo tango”, un matrimonio perfetto a lungo, fino all’approdo con Warren Beatty (altro Oscar per “Reds”) e Carlos Saura, ma soprattutto con Francis Ford Coppola e quell’immenso capolavoro che è “Apocalypse now” (ovviamente Oscar). Ci vorrebbe un settimanale intero per riassumere le oltre 2 ore e mezzo di ininterrotto monologo, appassionato, sorprendente e ricco di aneddoti, dove Storaro spiega che Platone con il mito della caverna ha tracciato il primo schema di un cinema, che Caravaggio è stato il primo cineasta della storia, per quell’uso magistrale e innovativo della luce, prima di elencare i film che hanno segnato la sua vita (e diciamo anche la nostra): “Cabiria”, “Napoleon”, “Via col vento”, “Quarto potere”, “Metropolis”, “Luci della città”, in una sarabanda di immagini raccolte in un cd, allegato al libro. E se il digitale oggi ha cancellato molta della conoscenza della tecnica, il suo futuro parla di film anche in gestazione, come una storia su Maometto, una sul Brunelleschi, fermi per ora per mancanza di fondi. Ma il Mago della Luce è ai blocchi di (ri)partenza.

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