Dario Coletti conobbe la Sardegna nel 1993. Era un giovane fotografo ma con alle spalle una notevole esperienza di reportage. Fu il grande (e compianto) redattore grafico di Repubblica, Riccardo Marchetti ad assegnarli l’isola per il grande viaggio nel mondo del lavoro che il quotidiano romano stava intraprendendo in quegli anni. «A dir la verità il viaggio era stato diviso tra Nord e Sud della penisola e la Sardegna rappresentava un mondo a parte per la redazione – racconta Dario Coletti – avevo anche la possibilità di scegliere Bagnoli per la mia inchiesta, ma la vertenza stava trovando una soluzione, a differenza delle lotte dei minatori ad Iglesias, che vivevano un momento molto aspro». Così in una giornata illuminata dal freddo sole di febbraio il fotografo romano sbarcò a Olbia per attraversare l’isola fino a sud ovest. Quel viaggio fu un’illuminazione. «Scoprì un mondo che non mi aspettavo, davanti a me si aprì l’isola-continente». Il fotoreportage non fu solo un racconto di percentuali di disoccupati o la descrizione di accordi sindacali, ma la conoscenza profonda degli uomini che ne erano protagonisti.

I numeri divennero volti per il fotografo: «Incontrai persone che divennero per me fratelli, amicizie interrotte solo dalla morte come quella con Sergio, un minatore di Iglesias che conobbi ai cancelli della miniera». Poi al ritorno, sulla 131, una sosta a Ottana e il folgorante incontro col carnevale delle maschere arcaiche. «Per me la conoscenza arriva sempre attraverso la rivelazione – dice Coletti – quella intuizione di qualcosa che l’isola preservava nella sua intimità, profonda e antichissima, mi apparve all’improvviso in quel carnevale. Da lì cominciò la mia ricerca». Questa strada della “rivelazione” per Coletti non solo è una convinzione profonda, ma un metodo di approccio alla realtà che vuole documentare. La rivelazione arriva solo dopo un’iniziazione, l’avvicinamento senza intrusione, il coinvolgimento che è prima di tutto intimo. Come è descritto nel racconto che pubblichiamo in questa pagina. «Le prime volte mi perdevo nella confusione della festa, e la fotografia ha bisogno di ordine per percepire dove sia l’essenziale. Anche in quelle situazioni un volto dipinto, il ritmo dei tamburi sono state illuminazioni che mi hanno condotto all’anima dell’avvenimento. Porto sempre un’attrezzatura leggera, e lo consiglio a chiunque, mi piace stare vicino all’azione – spiega Dario Coletti.

Nella fotografia la distanza è politica, non è solo un concetto legato alla messa a fuoco. Significa anche quanto si voglia stare vicino al soggetto, la misura del proprio coinvolgimento. Quanto si vuole capire dell’avvenimento e degli uomini che ne sono protagonisti. Vuol dire però, anche rispetto, misura, capire dove comincia l’intrusione e l’invadenza». Per un fotografo la scelta tecnica è, quindi, anche un manifesto politico, un filtro di lettura della realtà. «Preferisco ottiche corte e grandangoli, la mia misura va da 35 a 50 milimetri, mi sembra lo sguardo che non ti distacca dal soggetto. Ti permette di seguire l’azione e restituire, per chi guarda le foto, il coinvolgimento che hai vissuto».

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