AUTOBIOGRAFIA della regina della fotografia. Grazia Neri si racconta: dall’infanzia povera di mezzi nella Milano in guerra – «Quando si parte male siè più colpiti da creatività improvvisa» – all’apertura della prima agenzia fotografica italiana. La mia fotografia (Feltrinelli) è la storia dell’età dell’oro della cultura milanese: Frank Sinatra in concerto al Teatro Manzoni, gli amici del bar Jamaica, le mostre internazionali.
Quando si chiede alla signora Neri come abbia fatto, la prima risposta è: “Sono stata fortunata”, ma sappiamo che non basta.

Tra le 95 fotografie che illustrano il volume c’è un uomo bellissimo in camicia e cravatta su un terrazzo milanese. Chi era? «Mio padre fotografato da mia madre. È morto di tubercolosi nel 1945, avevo nove anni, non parlai per quattro mesi. Le perdite precoci non si superano, ho letto tutto di psicanalisi, sono stata sposata con un neurologo (Renato Boeri, scomparso nel 1994, ndr ), forse con questo libro nessuno si dimenticherà di lui».
Come nasce la “Grazia Neri”? «Dopo la maturità linguistica non c’erano soldi per l’università, a 18 anni sono entrata in un’agenzia di stampa, otto mesi dopo dirigevo il laboratorio fotografico. Nel 1965 io e Giovanni Giachi, il mio socio, non avevamo una lira: Si fa istess, mi disse.
Prima sede in un palazzo fatiscente di via Manzoni. Tutti mi credevano fotografa, in realtà non scatto foto neanche ai nipotini. Facevo l’agente: i fotografi mi portavano il portfolio ed io lo vendevo». I giornali li fa Grazia Neri, si diceva. «Coprivo il 70% delle notizie, nella stessa settimana le copertine dell’Espresso e di Panorama. Grace di Monaco e Lady D, lo sbarco dei marines a Grenada, Marylin, Stefania Sandrelli nuda con le braccia sul seno, Giorgio Armani in tshirt, Inge Feltrinelli a pesca con Hemingway, il bambino cinese che beve una Coca Cola davanti alla Muraglia secoli prima della globalizzazione».

Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Uliano Lucas, Massimo Sestini, il ritrattista più popolare del mondo Douglas Kirkland. Nel 2009, con 40 dipendenti, fotoreporter di tutto il mondo e mille metri quadrati in via Maroncelli, avete chiuso. Colpa di internet, vero? «La rete offre fotografie gratuite di pessima qualità, le agenzie americane Gettye Corbis, di proprietà di Bill Gates, hanno invaso il mercato. Le star non esistono più, è il mondo delle veline, le stesse quattro foto di Angelina Jolie. Liz Taylor, la Callas e Brigitte Bardot non si sarebbero mai fatte ritoccare col photoshop».

Negli anni Sessanta erano poche le donne di potere. Nel libro racconta le domeniche e i giorni festivi in agenzia, i viaggi lampo a Parigi, Londra, New York per i festival fotografici. Un figlio avuto a 23 anni, due mariti. Come ha tenuto insieme carriera e vita privata? «Non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna, gli uomini della mia vita mi hanno dato solo gioie. La mia filosofia è molto lavoro, poca mondanità, migliaia di libri: Guerrae pace letto tre volte, Proust, Nabokov e Rimbaud, Simenon, la letteratura contemporanea. Milano mi ha dato arte, curiosità intellettuale, il Piccolo Teatro, ma ora è in stallo. Ho lasciato l’archivio dell’agenzia, un milionee mezzo di fotografie credo, al Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda diretto da Roberta Valtorta. Stanno in magazzino, possibile che non si trovino i soldi per una mostra?».

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