TRENTO Per l’ultimo numero del National Geographic Italia è salito sulle vette trentine dove, nel corso del Primo conflitto mondiale, si è combattuta la Guerra Bianca che ha fatto più morti congelati e sotto le valanghe che negli scontri. Fissando con la macchina fotografica i resti di quella tragedia ancora disseminati tra rocce e sassi con lo sciogliersi dei ghiacciai. Gira il mondo da tempo, l’aostano Stefano Torrione. Seguendo quali obiettivi? Domanda da un milione di dollari. In due parole, per conoscere e raccontare storie. Su cosa s’è concentrato? Prima di tutto sui segni lasciati dall’uomo. E’ comunque un progetto che continua, ritornerò in Trentino, in alta quota. A quelle altezze anche un muretto a secco o una scaletta di legno assumono un significato particolare. Di questo ambiente cosa l’ha colpita particolarmente? L’urbanizzazione dell’alta quota, l’essere riusciti a trasportare persone e merci fin lassù, cercando di rendere la vita degli uomini possibile. E poi il grande contrasto tra ciò che rimane e affiora, arrugginito, come relitti nel mare, e la neve, il ghiacciaio, il silenzio. Quando sale e si trova ad un bivio segue il percorso conosciuto o quello che non ha mai fatto?

Seguo sempre la strada che conosco. Perché è la più sicura. O quella che conosce la guida. In montagna ci vado ma non sono un alpinista. In montagna non si scherza. Nel corso del tempo è cambiato il suo approccio alle vette ? Per me tutto è legato alla ricerca dell’immagine. É lo stimolo, la spinta. Mi piace molto il ritmo lento, perché la fotografia si sposa con l’andare a piedi. E succede anche in altri contesti. L’anno scorso ho scattato a New York, penso di aver fatto tanti chilometri a piedi come in Trentino. In alta quota qual è, se c’è, la foto perfetta? Può essere perfetta per quel momento in cui scatti. C’è un insieme di elementi, capacità, fortuna, casualità, ma lì, in un dato attimo. Il giorno dopo può essere tutto diverso. La montagna deve essere per tutti o per pochi “eletti”? Per tutti quelli che l’affrontano con rispetto e umiltà. Senza sottovalutarla. Per lei cosa rappresenta, vista con una macchina fotografica a tracolla? In montagna, con i montanari, mi sono sempre trovato bene ed è quindi un ambiente ideale. La gente di montagna va piano. É un segno di riconoscimento che mi piace. Il futuro di queste zone come se lo immagina? Non sono di quelli che ritiene che la montagna debba essere “pura” per forza. Però, qualcosa in meno, in quanto a sviluppo, si doveva e poteva fare, o meglio, non fare. Possono andare anche bene funivie e seggiovie ma adesso è arrivato il tempo di fermarsi un attimo.

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