Se il mondo è fatto di immagini, la fotografia sin dai suoi albori ha saputo esserne la più straordinaria e stupefacente interprete, facendosi largo nella storia dell’Occidente e ponendosi al centro del dibattito culturale già a metà Ottocento. Ben prima degli interrogativi di Benjamin sul valore della riproducibilità dell’opera d’arte, dunque, la fotografia già poneva quesiti facendo proseliti tra gli entusiasti e i detrattori: eccitando i primi e inquietando i secondi. In mezzo c’era già un universo, quello borghese, che diveniva fruitore sempre più abituale delle meraviglie della nuova scoperta. A cominciare da quegli stupefacenti stereoscopi che per la prima volta mostravano immagini in tridimensionalità, aprendo lo sguardo su paesaggi e città nuovi, come in un viaggio da compiersi però dalla poltrona di casa propria. Insomma, una vera rivoluzione.

A indagare in queste atmosfere è Giovanni Fiorentino con il suo Il flâneur e lo spettatore. La fotografia dallo stereoscopio all’immagine digitale (Franco Angeli Editore, pagg. 109, euro 15) che all’acuto sguardo critico dell’autore affianca testi di Charles Baudelaire e Oliver Wendell Holmes. Il primo, benché avesse ceduto alle seduzioni di Nadar lasciandosi ritrarre dal più grande fotografo dell’epoca, non riesce a conciliare il suo fare poetico con la comprensione della nuova arte, che inutilmente oppone alla pittura – a suo dire i fotografi sarebbero pittori mancati – ritenendola frutto di un «americanismo» allora nascente e bocciandola come «follia industriale». Baudelaire subito si scagliò contro Daguerre e «la società immonda che si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra».
Sull’altro fronte Holmes, che da medico è immerso nei saperi scientifici e che incarna il ruolo dello spettatore moderno: per lui la fotografia non solo è una grandiosa fonte di piacere ma ne intravede tutto il potenziale, promuovendola come una «vittoria dell’ingegno umano».

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