Quando ho visto il libreria il libro di Federica Muzzarelli, «L’invenzione del fotografico» sulla storia e le idee della fotografia dell’Ottocento (Piccola Biblioteca Einaudi), ho fatto un salto di gioia. Per la fotografia dell’Ottocento ho trasporto quasi mistico. Poi lei, l’autrice, è veramente bella, elegante. La lettura però non mi ha entusiasmato come avrei voluto e il motivo è questo: neppure chi scrive è sempre entusiasta. La sua penna si riscalda in certi punti, quelli a lei vicini, come nelle pagine dedicate al recupero fotografico del corpo, di Bayard, della Contessa Castiglione e di Madame Ristori che si faceva fotografare da Disderi nelle pose di Maria Stuarda. Oppure quando trova nell’Ottocento presagi dei comportamenti artistici del secolo dopo. E poi citare, citare. Lei scrive bene, perché così tante citazioni. Poi Federica Muzzarelli non scrive dell’emozione della fotografia in originale. E questo è un vizio tutto contemporaneo. Dal trattato di Benjamin in poi, gli studiosi hanno creduto poco nella bellezza dell’opera originale. Non è necessario averla sotto gli occhi, dicono, tanto è riproducibile. Errore. Tenere un dagherrotipo in mano, una carta salata, immergere gli occhi dentro un apparecchio stereoscopico e vedere nella terza dimensione, è un’altra storia. Un’altra storia si può immaginare con la fotografia e infinite possibili storie del pensiero umano e del modo di percepire il mondo.

Dietro un obbiettivo c’è sempre il cuore di un uomo. E la poesia di uno sguardo. Infondo ogni fotografia, anche quella antica, è il racconto di un battito di ciglia. Più rapido di un sospiro. Così a leggere questo libro sono ondivaga, un po’ sospiro e un po’ mi rallegro. Sospiro perché manca Piero Becchetti nella bibliografia e lui ha fondato in Italia pratica e disciplina e organizzazione storica della Fotografia dell’Ottocento. Sospiro perché nelle didascalie mancano le misure delle immagini e spesso pure la tecnica. Poi mi rallegro per la ripresa delle parole di Leopardi e di Calvino. Leopardi non ha mai conosciuto la fotografia e forse in cuor suo la desiderava: «Trista quella vita che non vede, non ode, non sente, se non gli oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono le sensazioni». Mi rallegro pure nel divertito capitolo sul collezionismo fotografico. Per Benjamin i collezionisti sono «gli uomini più passionali che esistano al mondo» e pure animati da «una passione che sfiora la mania». Così leggo e sospiro, leggo e una pagina mi pungola a pensare nuove cose. Ma così sono quasi tutti i libri. In questo sento pure che c’è il desiderio di essere antiaccademica e quindi più libera nella scrittura però poi cade nella prosa accademica che è per sua natura più rigida. Comunque sia, come dice Benjamin, «una fotografia perfetta è assolutamente inesauribile».

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!