Mia figlia Yassine è per metà senegalese. Un giorno scattai un autoritratto con lei e sua sorella Diana, e Yassine mi disse: «Mamma, adesso voglio farmene uno io, da sola». Yassine, che aveva 3 anni, scelse un cuscino leopardato – quasi ad esprimere le sue radici africane – e si tolse i vestiti. Scattò una serie di foto meravigliose ed io rimasi sbalordita. Capii che non essendo bianca come me e sua sorella, né nera come suo padre, aveva bisogno di affermare a suo modo la sua diversità. Le immagini di Yassine mi spinsero a studiare per capire le dinamiche sottese alla creazione di un autoritratto. Cominciai a far scattare autoritratti ad amici e conoscenti, persuasa che il mio procedimento potesse essere utile agli altri come lo era stato per me. Allo stesso tempo misi a punto una serie di esercizi e di criteri per scegliere le opere e capire il linguaggio dell’inconscio attraverso le immagini. Nel 2006 cominciai a utilizzare questo metodo in maniera più consapevole: ora lo insegno in diverse città italiane, finlandesi, spagnole e statunitensi, in contesti terapeutici e aziendali, in scuole, per strada e anche all’interno di percorsi individuali.

L’autoritratto fotografico permette a chiunque di entrare intensamente nel processo creativo e talvolta di produrre una vera e propria opera. Le emozioni sono il materiale grezzo per l’arte: essere da soli davanti all’obiettivo è uno dei modi più efficaci per stimolare la nostra vulnerabilità e le emozioni più profonde. Affrontare il vuoto, sperimentare la sensazione di essere smarriti è uno stato prezioso. Potrebbe essere doloroso, proprio questo ci aiuterà ad attivare il processo creativo.

Nell’autoritratto l’espressione di emozioni «difficili» è particolarmente terapeutica. Rabbia e disperazione sono emozioni che spesso, nella nostra società, non devono essere esternate, per cui ci siamo abituati a nasconderle Talvolta, prima di un appuntamento o di un lavoro importante, scatto autoritratti che esprimono rabbia o disperazione per liberare la tensione, e ne esco più serena e soddisfatta, capace di affrontare la situazione in modo più equilibrato. E questo si riverbera in un immediato accrescimento della mia autostima.

Secondo Jean Ivy, Frida Kahlo usava la pittura nello stesso modo, «come una catartica liberazione di emozioni». Kahlo creò intorno ai cinquantacinque autoritratti, una sorta di auto-terapia per affrontare gli eventi più difficili della sua vita; la sua gamba storpia dalla polio, ferite permanenti dall’incidente con l’autobus, gli aborti e gli interventi chirurgici disastrosi. Nei suoi ritratti veniva fuori dal suo nascondiglio e rivelava i suoi problemi con la pittura. In quel senso, i suoi autoritratti sono tragici ma anche trionfanti. Come Rembrandt poteva guardarsi allo specchio alla fine della sua vita e accettare il suo corpo e il volto invecchiati, Kahlo poteva accettare e sentirsi a suo agio rivelando le sue pene».

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