Il padre ama rimanere seduto per ore a Pompei ad osservare i segni del tempo impressi sul selciato, il figlio è un inquieto e veloce divoratore di ogni cosa. L’uno meditativo e amante della pellicola, l’altro appassionato di digitale. Mimmo e Francesco Jodice sono l’emblema di due generazioni a confronto. Al teatro Bibiena insieme a Luca Molinari hanno portato la loro testimonianza di uno «stato, seppur precario, di sopravvivenza della fotografia» in un mondo in cui da decenni si cerca di sentenziare il suo superamento definitivo. Ma di quale fotografia? «Quando ho iniziato io – ha raccontato Mimmo Jodice – esisteva solo il reportage o la fotografia amatoriale.

La fotografia come propria espressione artistica non era contemplata. Io invece ho sempre preferito quest’ultima. So comunicare in questo modo. Non trovandomi nel luogo giusto al momento giusto, ma andandomi a cercare le occasioni. Immortalando icone. Non so fare altrimenti, se non con progetti meditati a priori e sviluppati da me, a pellicola nella mia camera oscura». Non è altro che un atto politico quello portato avanti da padre e figlio. «La mia fotografia-ha continuato Francesco Jodice- non implica solo una partecipazione emozionale, ma anche e soprattutto intellettuale. La liturgia della fotografia infallibile è finita. E’ solo una questione di fiducia tra fotografo e spettatore». Ecco perché le sue immagini tendono a disorientare lo spettatore, mostrandosi nella loro nitida incompletezza.

«La fotografia per me non è un modo per cambiare le cose – ha continuato Francesco – ma per istigare un sospetto. Pretende la co-partecipazione, è un atto di responsabilità da parte di chi guarda. Amo insomma mettere il fruitore in una posizione scomoda». Concordi nell’idea «che la fotografia prettamente documentale è un falso in quanto cela una complessità ineludibile», i Jodice si sono ritrovati a lavorare negli anni parallelamente sulle stesse tematiche. Entrambi hanno immortalato un viaggio all’interno di un museo. L’uno al Louvre, l’altro al Prado. Hanno lavorato sulla questione sociale, sull’antropologia urbana e sulle nuove architetture. A volte scontrandosi. «All’amore per le macerie del passato di mio padre- ha confessato Francesco-io rispondo con la distruzione delle archeologie»

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