Parigi. Gonne che arrivano sotto il ginocchio e svolazzano con charme, innamorati che si abbracciano sui marciapiedi, ingressi della metropolitana disegnati da Hector Guimard, le terrazze dei bistrot alle quali siede con penna e quaderno Jacques Prévert, la Senna, sulla quale navigano lente le peniche cariche di merci: è la grande città che la fotografia umanista francese ci ha insegnato ad amare, è la Parigi in bianco e nero che Cartier-Bresson, Doisneau, Brassai, Ronis, Izis hanno raccontato con la forza e la tenerezza di una poesia che nasce dall’amore. Una Parigi di sogno, come vuole il titolo di un libro di Izis uscito nel 1950, la Parigi dei poeti, raccontata ancora da Izis nel 1978. E proprio a Izis (nato Israël Bidermanas in Lituania nel 1911, morto nella capitale francese nel 1980) lo Spazio Oberdan, la Provincia di Milano, la Fondazione Alinari e la Ville de Paris dedicano, da mercoledì 12 febbraio al 6 aprile, una grande mostra da non perdere.

Tra i maestri della fotografia francese che per decenni hanno influenzato la fotografia internazionale, Izis è probabilmente quello meno noto. Emigrato a Parigi a diciannove anni, senza un soldo in tasca, senza conoscere una parola di francese, si costruisce con tenacia una vita di artigiano-fotografo che realizza immagini di matrimoni e di battesimi, ritratti sofisticati e ritoccati. Il nazismo e la guerra cambieranno in modo radicale la sua esistenza. Dopo i decreti antisemiti del regime di Vichy, è costretto a lasciare la capitale e a rifugiarsi con la famiglia vicino a Limoges. Cambia il proprio nome in Izis, ma viene comunque catturato e torturato dai nazisti. Si unisce alla Resistenza e torna a Parigi alla fine della guerra. Prende a frequentare il milieu dei poeti e degli artisti, il suo modo di lavorare cambia e nel 1949 inizia quella che diventerà una ventennale collaborazione con la rivista «Paris Match».

Reporter anomalo, più attento ai sogni che agli eventi, Izis realizza magnifici ritratti che servono al giornale, ma che entrano anche nella storia della fotografia. Dirà poi: «Si dice spesso che le mie fotografie non sono realiste. Non sono realiste, ma è la mia realtà». E di lui Jacques Prévert scriverà: «La macchina fotografica di Izis è una scatola magica. Scatola di Pandora, di Houdini, di Mnemosine o di Marie la Folle. Quando la apre, questa scatola, ne escono esseri e cose che si sviluppano, sbocciano come i fiori giapponesi di carta gettati in un bicchiere d’acqua, e istantaneamente diventano esseri e cose di un immediato tempo passato».

Quando il lavoro lo lascia libero, ma anche durante, Izis continua i suoi pellegrinaggi, da flaneur di lusso e «cacciatore di immagini» nella città che tanto ama. Aspetta gli incontri che puntuali avvengono, ritrae fioriste e passanti, pittori della domenica e giostre, le attese dei pescatori sul lungosenna, i quartieri popolari negli angoli più poetici, i gatti e i clochard. Costruisce immagine dopo immagine un suo sogno di equilibrio, di armonia, che contiene già i germi di una nostalgia struggente. Del resto sognare e far sognare chi guardava le sue immagini erano i suoi soli obiettivi. E aggiungeva: «Nelle mie foto persino gli animali sognano».

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