Immaginate. Una sera d’estate, dieci anni fa. Cena con gli amici, bevete troppo, salite in auto, perdete il controllo e demolite un negozio di abbigliamento. Storia imbarazzante, non è bene che si sappia in giro, anche se è passato molto tempo. Vi rivolgete al giudice e chiedete che la notizia non sia più reperibile: esiste il diritto di dimenticare, ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione Europea!
Google e gli altri motori di ricerca dovranno accettare la vostra richiesta di rimuovere il link a quella vicenda.

C’è un particolare, tuttavia. Il Corriere della Sera , nelle pagine locali, aveva pubblicato la notizia, con tanto di fotografia («Serata allegra, finale tragicomico: finisce in vetrina tra i manichini»). Chiedereste, in nome del diritto all’oblio, che ogni copia del giornale venga distrutta? Probabilmente no.
Voi direte: «Le notizie pubblicate sulla carta sono difficilmente reperibili, dopo qualche tempo. È colpa dei motori di ricerca se ogni informazione diventa accessibile!». Ragionamento zoppo. Se esiste un diritto all’oblio, dev’essere universale, non legato alle modalità di recupero delle informazioni. Modalità che possono cambiare. Se il Corriere rendesse accessibile in formato digitale la sua raccolta ultracentenaria, cosa accadrebbe? Chiedereste di bruciare i nostri archivi?

Speriamo di avervi convinti. La pronuncia della Corte di Giustizia, che riconosce il diritto a essere dimenticati, nasce da lodevoli intenzioni: ma risulta impraticabile e inopportuna. Se dovessimo prenderla alla lettera, finirebbe il giornalismo e – perché no – la storia, e il diritto di raccontarla. Verrebbe limitata la libertà di espressione, come ha scritto a caldo il New York Times . La nostra vicenda collettiva diventerebbe la somma aritmetica di tanti profili Facebook. Ognuno scriverà solo quel che gli fa comodo, cercando di riuscir bene nella fotografia.

È umana la voglia di essere ricordati: i social network campano su questo. È altrettanto comprensibile il desiderio di essere dimenticati, talvolta. Incidenti professionali, errori, eccessi, perfino relazioni sentimentali: non fa piacere, al nuovo fidanzato, vedere la compagna abbracciata a numerosi predecessori. Ma abbiamo inventato qualcosa che non si può disinventare. Internet è il genio uscito dalla bottiglia. Si può controllare, ma non si riesce a riportarlo dentro.

Google, e gli altri giganti della Rete, hanno colpe: ma non sono queste. Non avrebbero dovuto mettere a disposizione dei governi ogni informazione su di noi, per esempio. Ma non possiamo chiedergli di dimenticare gli ultimi vent’anni, solo perché sono in grado di ricordarli. Tutti noi, ogni giorno, utilizziamo i motori di ricerca. Se sapessimo di trovare solo ciò che fa piacere agli interessati – pensate a politici, produttori, ristoratori – rinunceremmo a consultarli.

Cancellare i link «inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti», come chiede la Corte, è una pia illusione. Chi stabilisce l’adeguatezza e la rilevanza di un’informazione? Un giudice, ogni volta? E se anche i 28 Paesi dell’Unione Europea decidessero d’imbarcarsi in quest’impresa, come impedire che i cittadini europei si rivolgano ai motori di ricerca americani? Introduciamo una censura di tipo cinese? Perché in tanti la farebbero, quella ricerca. Alcuni, magari, vogliono che qualcosa di sé venga dimenticato. Ma molti, state certi, sono curiosi di sapere qualcosa degli altri.

La possibilità di conoscere e rintracciare informazioni non è una caratteristica da Grande Fratello: è una conquista. Orwelliana è invece è la pretesa di essere dimenticati. Non siamo avatar, che possiamo annullare premendo «Canc». Siamo persone con un passato, un presente e un futuro, inesorabilmente collegati.

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