C’ERA una volta un piccolo profeta cileno dal sorriso timido che cercò di salvare il mondo da se stesso. Era armato solo di «un rettangolo nella mano»: la cornice di un’immagine. Si chiamava Sergio Larrain ed era un «cacciatore di miracoli», come tutti i fotografi non presuntuosi.
Ed è come fotografo che lo troverete citato nei libri, è come fotografo che lo vedete ricordato in questa retrospettiva delle sue opere,a due anni dalla scomparsa, nel castello di Bard incastrato fra le Alpi che forse gli avrebbero ricordato le Ande del suo esilio di meditazione. Perché, è vero, Larrain, l’amico di Henri Cartier-Bresson e di Pablo Neruda, fu fotografoe lo fu nell’Olimpo dei reporter, recluta sudamericana dell’agenzia Magnum, ma lo fu per poco più di una decina d’anni. Per il resto della sua vita fu… chi lo può dire davvero.

Un guru, un viaggiatore, un mistico eremita, un filosofo, forse un emarginato, un uomo fragile spesso a rimbalzo tra Lsd e psicanalisi. Un uomo pieno di amore per la vita. Un vagabondo del dharma. «Il vagabondo di Valparaiso» lo battezzò proprio Neruda, sfogliando il suo capolavoro, il ritratto di quella «rosa immonda», la città «appesa sulle colline, poema che lega le Ande e il Pacifico». Circolano leggende, su di lui. La più insistente vuole che sia stata una sua fotografia, scattata nei primissimi Sessanta a Parigi, di sera, vicino a Notre Dame, una misteriosa scena d’amore colta senza volerlo dall’obiettivo nell’ombra della cattedrale,a ispirare da lontano il film Blow-up di Michelangelo Antonioni. DiBARD (AOSTA) cono che Julio Cortázar, che era anche lui a Parigi all’epoca, vide quella fotoe ci imbastì un racconto noir, protagonista un fotografo: Las babas del diablo . Antonioni avrebbe letto il racconto, eccetera. Ma nessuno dei tre ha mai parlato di questo complicato triangolo, e Agnès Sire, curatrice della mostra e amica di Larrain, a domanda risponde scettica: «La trama quasi poliziesca di Cortázar non appartiene all’universo di Sergio».

Chissà. Era un universo pieno di cose. E di svolte improvvise. Larrain, “el Queco” per gli amici, era nato in una famiglia ricca di Santiago, figlio di un architetto rinomato, aveva studiato ingegneria forestalea Berkeley, un ragazzo quadrato e promettente. Nel 1949, col suo primo stipendio, comprò due cose. Un flauto traverso, che restituì presto al negozio. E una Leica IIIC, «non perché volessi fotografare, solo perché era l’oggetto più bello in vetrina».

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