È quello che si deduce dagli stessi risultati dei Grants for Editorial Photography, che vedono confermata una vitalità e una qualità, sia per quanto riguarda la scelta dei contenuti che per quanto riguarda quella degli autori. Nei contenuti domina la guerra, com’è naturale per il momento storico e per la vocazione di Getty, ma con un fotogiornalismo di guerra intelligente, che tiene insieme il centro e la periferia, e in particolare gli Usa con il lavoro del grande e notissimo americano Eugene Richards, che con War is personal Part II continua a raccontarci le conseguenze dell’Iraq sulla pelle dei reduci americani o delle famiglie di reduci e vittime, ma anche con l’ammirevole attività del giovane e finora sconosciuto italiano Marco Gualazzini, che con M23 – Kivu: A Region Under Siege cerca di portare alla luce il conflitto centroafricano; che non c’è citizen journalism che riesca a imporre all’attenzione mediatica, nonostante i più di 6 milioni di morti in 15 anni.

Proprio in relazione a Gualazzini si può prendere spunto per considerare come il paradosso generale (crisi dell’editoria contro vitalità del fotogiornalismo) nel contesto italiano è ulteriormente accentuato, a causa del fatto che la crisi dell’editoria in Italia è più profonda, per ragioni culturali storiche ma anche economiche contingenti, e anche perché la crisi colpisce maggiormente i settimanali, che sono quelli che maggiormente supportano il fotogiornalismo. Oggi nessun giornale produce più photoreportage, ed è tanto più grave quanto più si consideri che i fotografi sono gli ultimi giornalisti rimasti a girare per le strade, visto che i giornalisti free lance sono morti di fame da tempo e le redazioni sono decimate.

Ciononostante giovanissimi, validissimi e coraggiosissimi fotografi italiani vincono a man bassa premi internazionali di prima grandezza, come Alessio Romenzi, che ha vinto l’ultima edizione del World Press Photo e ha ottenuto ben due copertine del «Time» con il suo stupefacente lavoro autoprodotto in Siria. E così si potrebbe dire di tanti altri, noti e meno noti, da Fabio Bucciarelli ad Alessandro Penso, da Simona Ghizzoni a Massimo Berruti e a Michele Palazzi, Rocco Rorandelli, Giorgio Di Noto, per non parlare dei più grandi e attivissimi, Ceraudo, Venturi, Majoli, Pellegrin. Ma è semplicemente impossibile fare tutti i nomi anche solo dei più bravi.

E allora, il motivo del paradosso? Le ipotesi sono molte, ma non si deve dimenticare che il web non è un semplice ambito comunicativo da valutare, analogamente ai media tradizionali, per i suoi flussi comunicativi mainstream. Il web genera relazioni, scambi, reti territoriali, e influenza un tessuto sociale che sta fermentando nell’ombra senza trovare per ora gli sbocchi che potrebbe. Allora il problema non è continuare a prelevare una qualità che esiste ed è nella società, il problema è metterla al centro della comunicazione pubblica, farla diffondere orizzontalmente senza ingabbiarla e depotenziarla, ma creando spazi che lascino esplicare il suo potenziale culturale ed economico.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!