PERCHÉ non ci turbano i nudi delle Tre Grazie, plasmati da Antonio Canova nel candore di un blocco di marmo di Carrara, né ci colpisce più di tanto la Venere di Urbino, oggi agli Uffizi, languidamente distesa su un letto a posare per Tiziano all’inizio del XVI secolo? E invece, ci colpiscono i “Grandi Nudi” di Helmut Newton, sublime fotografo berlinese, pubblicati nel 1981 e ora riproposti nella grande mostra “White Women, Sleepless Nights, Big Nudes”, che apre il 6 marzo al Palazzo delle Esposizioni di Roma? Sì, fra duecento scatti, rimangono impresse soprattutto quelle gigantografie. Più delle scene di interni e esterni, in bianco e nero o a colori, che appartengono alle altre due sezioni della mostra “White Women” e “Sleepless Nights”, dove Newton mette in sequenza, con sapienza registica e tecnica impeccabile, pose molto studiate di modelle poco vestite. In atteggiamenti sfacciatamente sensuali, talvolta hard, senza mai sconfinare nel porno. Soprattutto sempre elegantemente in bilico fra arte e vita.

Ebbene, l’impatto dimensionale di quei nudi, grandi più del naturale, l’uno accanto all’altro, è fortissima perché quelle immagini appartengono più all’esistenza carnale che al pensiero estetico. E se Tiziano nel Cinquecento lasciava che la sua donna mostrasse carni candide e parti intime, ma in qualche modo l’aveva vestita chiamandola Venere, le ragazze di Newton incedono verso di noi con passo deciso e incalzante, senza che pudore o religione, mito o Storia le debbano vestire. Solo apparentemente, però, perché fra le domande che si fa un visitatore la più scontata sarà: ma questa è arte? Lo stesso visitatore arriverà alla mostra, che è già stata al Museum of Fine Arts di Houston e al Museum für Fotografie di Berlino , sede della Helmut Newton Foundation, sapendo che è stato tra i più famosi fotografi del secolo scorso, che nel dopoguerra lavorava per Playboy e poi si sarebbe affermato nel mondo della moda, pubblicando soprattutto su Vogue.

Nel 1976, a cinquantasei anni, Newton pubblica il suo primo libro, “White Women”; due anni dopo seguirà “Sleepless Nights” e nel 1981 arriva la consacrazione proprio con il volume “Big Nudes”. Non basta però il successo editoriale, per non dire la curiosità, lo sconcerto, l’imbarazzo, a farne un artista vero. Avverrà solo quando lo decideranno le istituzioni, dando un valore ad opere slegate dal mestiere e fine a se stesse. La consacrazione arriva nel 2000, come dono per il suo ottantesimo compleanno, con una retrospettiva prima alla Neue Nationalgalerie di Berlino, poi a Londra, New York, Tokyo, Mosca, Praga.

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