Come vive un fotoreporter di guerra oggi? La risposta è semplice, immediata, condivisa: «Con grande difficoltà». E se poi chiediamo, come può morire, allora la risposta è altrettanto semplice, ma avvolta da quel senso di rassegnazione e sconcerto che solo la tragedia porta con sé: «Molto facilmente». Già, si può morire a trent’anni, proprio com’è accaduto ad Andrea Rocchelli, ucciso dai colpi di un mortaio in un maledetto villaggio in Ucraina.

È morto con Andrey Mironov, giornalista apprezzato da molti colleghi italiani perché gran conoscitore della nostra cultura e attivista per i diritti umani. Entrambi vivevano con un’unica idea in testa: testimoniare. Andrea Rocchelli era un fotoreporter indipendente. Il che significa indipendente da tutto, per davvero: nessun giornale che ti garantisce la pubblicazione, che ti protegge con le relazioni diplomatiche, con i compensi sicuri e le assicurazioni. Indipendente è sinonimo di libertà. Ma la libertà talvolta ha un prezzo durissimo: cercare i contatti, assicurarsi una collaborazione temporanea (ormai solo straniera) esplorare ogni linguaggio (foto, video, testi) nella speranza che qualcuno possa pubblicare e rimborsarti.

Indipendente vuol dire essere senza sicurezze. Nel mito di Robert Capa («Non esistono foto belle o brutte ma solo foto da vicino o da lontano») il fotogiornalismo all’era di Internet è anche questo. Determinato, serio, multitasking, ma al tempo stesso vulnerabile, fragile. Sono in tanti gli «inviati invisibili» come Andrea Rocchelli (o Raffaele Ciriello ucciso a Ramallah nel 2002): bravi fotografi spesso lasciati soli perché la crisi dei grandi giornali ha messo in ginocchio molte testate, fatto chiudere agenzie e spostato la fotografia di reportage dalle pagine dei giornali alle pareti delle gallerie d’arte.

Da questi scenari prende vita l’emblematica e solitaria «storia d’amore e morte» di Andrea Rocchelli: un ragazzo animato da un’altissima visione etica della fotografia, che ha creduto ancora nel fotoreportage come doverosa testimonianza del presente (con le sue atrocità e ingiustizie). Andrea ha preso in mano la sua vita ed è partito, nonostante tutto, animato dal solo bisogno di essere testimone dei fatti del mondo e dalla necessità di raccontarli attraverso la «verità» di un’immagine: Andrea Rocchelli è morto perché ha inseguito il suo destino di essere l’occhio della nostra coscienza.

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