Per la sua 30ª edizione il Premio Ernest Hemingway di Lignano inaugura una nuova sezione, quella del fotolibro, vinta dal cesenate Guido Guidi con Cinque paesaggi. Un’opera edita dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, il gabinetto fotografico nazionale, e capace di offrire una visione «non ecologista né memoriale, eppure dissacratoria rispetto alla paesaggistica tradizionale», che, senza ricerca di spettacolarità, «coglie il qui-e-ora del paesaggio naturale e antropizzato, maturando uno sguardo personale e, allo stesso tempo, in fecondo dialogo concettuale con la grande fotografia internazionale». Così recita la motivazione stilata dalla giuria, tra i cui componenti c’è anche Italo Zannier, un maestro della fotografia e della sua storia. «Vivo a Lignano dal 1955, e lo scorso anno sono stato coinvolto nella giuria dell’Hemingway, perché si trattava di dare un riconoscimento a un fotografo russo.

Allora ho suggerito di fare le cose sino in fondo, aprendo uno spazio specifico, e mi hanno ascoltato. Malgrado la partenza un po’ ritardata, la partecipazione è stata buona: in lizza c’era anche Franco Fontana, ma – ahimè – il premio è unico», dice soddisfatto il maestro spilimberghese. «A quanto mi consta è la prima volta che in Italia un concorso letterario riconosce la pari dignità del fotolibro, costituendo una sezione dedicata. Si sa che da noi l’immagine ha sempre avuto una funzione ancillare rispetto al testo, e non si è quasi mai riusciti ad andare oltre l’idea del libro illustrato». Altrove è altro mondo, con posizioni ribaltate. «Nei grandi servizi di Life il nome dello scrittore era in corpo 12, quello del fotografo in corpo 24. John Philips, che ha lavorato a lungo per la testata, mi ha raccontato che chi si occupava del testo faceva da caddy, portando l’attrezzatura, e camminando due passi indietro».

Oggi la scelta fatta dal Premio Hemingway comincia a colmare il gap, riflette Zannier, che apprezza anche la scelta di attribuire il premio a un artista di non facile lettura. «Guidi non è un emergente, ha 73 anni e un curriculum imponente. Ha esposto più volte alla Biennale, e in questi giorni c’è una sua mostra alla Fondazione Cartier-Bresson di Parigi. Fondamentalmente è un trasgressivo la cui impostazione concettuale ha talvolta suscitato critiche e contestazioni, perché controcorrente rispetto alla logica popolare del “bello scatto”». A relegare il fotografo in una posizione di vassallo, facendolo accomodare nel mondo dell’arte per l’ingresso di servizio, è stata appunto l’idea, molto italiana, del “Che beo, par un quadro”, una frase di Carlo Scarpa trasposta poi da Zannier a titolo di un suo saggio. «Fortunatamente qui ne siamo lontani. Con un bisticcio di parole si potrebbe dire che Guido Guidi non fa guide, i suoi paesaggi sono sofisticati, e contengono forti riflessioni sullo spazio-tempo. Un esempio? La contrapposizione tra una foglia di banano mossa dal vento, quindi mossa, e la stessa foglia “gelata” da un’istantanea.

Oppure la sequenza che svela il passaggio della luce su un muro con il trascorrere delle ore». Ma questa speculazione filosofica attraverso l’obiettivo, non rischia di essere inghiottita dalla marea delle foto scattate ossessivamente con telefonini e palmari? Dai selfie che hanno sostituito i diari d’antan? «Penso proprio di no. L’odierna “fotorrea”, come la chiamo ironicamente, è migliore delle poche foto di un tempo, con la loro eccessiva influenza sull’opinione pubblica», conclude Zannier. «L’unica cosa che mi fa paura, in realtà, è l’ignoranza in tema di fotografia. László Moholy-Nagy, grande esponente del Bauhaus profetizzò novant’anni fa: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro”. Mi pare una frase quanto mai attuale».

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