Ha catturato l ‘ anima sovietica. Oltre 30 anni rivivono nei suoi scatti che mozzano il fiato. «C ‘ ero anche quando la falce e il martello sono state sostituite dalle pubblicità dei Rolex». Come ci si sente ad essere un veterano delle zone calde? «Praticamente un ” dinosau ro ” , molti non crederebbero mai a quel che ho visto». Se non fosse per le sue foto che hanno fatto il giro del mondo. Ironico, di un ‘ umiltà d ‘ altri tempi, Mauro Galligani incanta Parma. E ‘ stato protagonista della prima rassegna dell ‘ audiovisivo d ‘ autore promossa dai maghi degli obiettivi nostrani. Volti noti, professionisti e amatori hanno gremito piazzale San Francesco per l ‘ evento targato «Casa della fotografia di Parma e provincia», un sodalizio composto da undici associazioni del settore. Dalla morte di Tito, alla prima visita di Giovanni Paolo II in Polonia. Poi l ‘ invasione dell ‘ Afghanistan da parte dell ‘ Armata rossa, il cimitero degli elicotteri a Chernobyl, la sede del Kgb (Galligani è stato il primo fotografo ad accedere nel quartier generale dei servizi segreti russi).

Una carrellata della storia, vista con gli occhi del fotoreporter tutto d ‘ un pezzo. «Io vivo per il mio lavoro e, in tutte le occasioni, ho sempre cercato di dare il meglio». Le sue foto più significative? Affiora un mezzo sorriso: «Dopo un po ‘ non mi piacciono più, sono tremendamente autocritico e l ‘ entusiasmo sfuma in fretta». Anche se secondo il resto del mondo si tratta di capolavori? Fa spallucce. La sua è una vita alla ricerca dello scatto perfetto «e spero proprio di morire con la macchina al collo, possibilmente senza patire dolore» si schermisce. In effetti la rivolta cecena del 1997 gli è costata due mesi della sua vita. Fu rapito dai guerriglieri ceceni di montagna e trattenuto per 50 giorni finché non fu pagato il riscatto. «Ero andato per Panorama – racconta senza scomporsi troppo – mi rapirono in piena città bloccando la macchina in mezzo al traffico, sparando alle gomme. Ogni momento pensavo di poter morire. I momenti peggiori erano quando mi facevano passare dal un covo all ‘ altro. Incappucciato. Pensavo: adesso mi buttano in un burrone. In quei casi o si paga o si muore. Ma non porto segni, anzi sono anche tornato a cercarli con un giudice istruttore russo e 15 uomini di scorta con tanto di blindati».

Non chiamatelo eroe e neppure fotografo di guerra per carità: «La paura c ‘ è sempre, ho solo cercato di sopravvivere tentando perennemente di fregarli. Stavo attentissimo ai dettagli, cercavo di non alimentare il loro astio». Cosa consiglia ai giovani fotoreporter di oggi? «Purtroppo so bene come funzionano le cose, le testate chiudono o non ti appoggiano. L ‘ im portante è cercare di finanziarsi con attività alternative, per poter compiere magari due viaggi all ‘ anno e portare a casa un prodotto eccezionale». Come definirebbe il suo lavoro? «Mi vengono in mente solo banalità e non voglio rischiare di piegarmi, occorre semplicemente farlo»

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