Con Here is New York la fotografia è diventata ufficialmente un’attività democratica, superando la distinzione tra dilettanti e professionisti. Il 25 settembre 2001 in Prince Street, a New York, la mostra presenta migliaia di scatti dedicati all’attacco alle Torri gemelle e realizzata da gente comune come da grandi fotografi. Con quest’immagine si chiude Photoshow (Contrasto, pp. 272, € 45), curato da Alessandra Mauro, volume illustrato che racconta le principali esposizioni di fotografia dal 1839, anno della sua «nascita», ai giorni nostri. Un libro che permette di comprendere le trasformazioni nell’uso di questo media, che grazie al digitale ha conosciuto negli ultimi anni una nuova popolarità, imponendosi, con il contributo dei social network, come uno dei principali strumenti di rappresentazione della realtà. Per chi pratica il «selfie» è quasi d’obbligo la lettura di Lafotografia. L’età contemporanea 1981-2013 (Skira, pp. 301, € 60), quarto tassello di un’opera curata da Walter Guadagnini, che della origini arriva al contemporaneo. La fotografia è diventata non solo un mezzo per comunicare agli altri il proprio sguardo e la propria immagine, ma anche un mezzo decisivo dell’arte contemporanea: insieme pratica democratica e ricerca elitaria, in una mescolanza continua di ruoli e tecniche.

La postfotografia, come la chiama Fred Richtin ( Dopolafotografia , Einaudi, pp. XVIII – 222, € 25), è qualcosa di diverso e di nuovo rispetto a quello che sin qui abbiamo definito «fotografia». Per capirlo basta sfogliare e leggere un altro volume, Mapplethorpe di Germano Celant (Skira, pp. 199, € 40), raccolta degli scritti dedicati dal famoso critico d’arte al celebre fotografo americano. Mapplethorpe ha segnato di sé una stagione, gli anni ottanta del XX secolo, mediante l’estetizzazione della fotografia e il trionfo del corpo sessuato, prima dell’avvento della nuova peste, l’Aids, che lo consegna esausto ed esterrefatto alla morte nel 1989. L’ultima immagine con cui si chiude il libro è un autoritratto che ne rovescia l’opera, o meglio, la sigilla per sempre: la testa emerge dal nero del fondo, mentre in primo piano il bastone impugnato dalla mano reca in cima un teschio. Un memento mori che la postfotografia sembra aver dimenticato nella sua immane capacità di produrre immagini che sommergono gli umani. Non a caso, sia nel volume di Guadagnini come di Mauro è presente un’immagine della mostra «24 Hours of Photo» di Erik Kessels al Foam di Amsterdam. Un bambino è sdraiato su una montagna di foto: tutte le immagini prodotte in un giorno su Flicker e Facebook. Dal caos del mondo delle immagini a quello ordinato dell’archivio: la biblioteca. In un meraviglioso volume, La biblioteca. Una storia mondiale (Einaudi, pp. 327, € 75), James W. P. Campbell, storico dell’architettura, e Will Pryce, fotografo, raccontano la storia di questo luogo dove si conserva e si studia il sapere umano minacciato di continuo da agenti naturali, catastrofi e conflitti.

Davanti al caotico mondo della fotografia digitale, la visione delle biblioteche offerte dai due autori, diventa un momento di pausa e riflessione. Come già nel libro della fotografa Candia Höfer, Biblioteche (Johan&Levi, pp. 272, € 60), con introduzione di Umberto Eco, l’immagine di questo luogo di cultura appare come una promessa di memoria in un mondo sempre più veloce, rapido e dimentico di se stesso. Il magazzino della Bodleian Library, Windon, Regno Unito, progettata dallo studio Scott Browning, contiene 8 milioni di libri. Impilati su immense scaffalature di metallo, servite da carrelli e montacarichi speciali, le opere sono conservate in scatole di plastica con codici a barre, che individuano i singoli volumi, così da selezionare elettronicamente il percorso dalla richiesta del lettore sino alla consegna del libro. C’è anche un’altra biblioteca, l’ultima del libro, a Liyuan, in Cina. Distante due ore di automobile da Pechino, vicino a un laghetto, circondato dalle montagne, l’edifico non rivela nella forma esterna la sua funzione. Progetto dell’architetto Li Xiaodong, lo si raggiunge attraversando il lago, oppure percorrendo un sentiero opposto. I due autori di La biblioteca non ci mostrano gli scaffali, o i libri contenuti, bensì un angolo. Lì il lettore può sostare vicino al caminetto dove arde il fuoco, e bere una tazza di the leggendo uno dei tanti volumi custoditi. Due modi opposti, eppure complementari, di custodire il passato ed alimentare il futuro.

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