TRE AMORI: la notte, la luce, la fotografia. Aggiungetevi un gusto innato per la bellezza e un animo poetico. E otterrete «Una luce diversa», la suggestiva mostra di fotografie «concettuali» (nella foto) di Betta Gancia, ritratti di sorgenti luminose prive di tempi e di spazi, sintesi astratte, in cartellone sino al 12 gennaio 2014 nell’ormai storica Sala Bianca di Forma, il tempio milanese del clic che a gennaio, salvo ripensamenti di Palazzo Marino, sarà purtroppo costretto a traslocare all’altro capo della città, negli spazi offertigli da Open Care. Fotografa di lunga militanza, Betta Gancia. Già nel 1986 aveva pubblicato per Allemandi, prestigioso editore d’arte, «Trentasei nostalgie d’infinito», un volume dedicato ai cieli.

Poi, dopo una lunga serie di mostre, da Città di Castello a Rimini a Venezia, in concomitanza con una Biennale, uno stop dovuto all’irrompere del digitale. Ma l’amore di Betta Gancia per la fototografia non si è mai spento. Un amore naturale, in tutti i sensi: «Sì, io scatto senza flash e non sottopongo le mie immagini a nessun processo di fotoshop. Sono tutte stampe a carbone. Di scorci luminosi. Esterni, dopo avere collezionato migliaia di scatti in casa». Non insegue il taglio inconsueto, o il dettaglio curioso, Betta Gancia. Fotografa tutto ciò che vediamo anche noi. solo con uno sguardo diverso. Come scrive Denis Curti nella presentazione della mostra, «coglie quel carattere di libertà che compone la geometria di un linguaggio fotografico così attraente da sembrare irreale». Un ritorno alle origini primarie della fotografia, filologicamente «scrittura con la luce».

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