Ha festeggiato i suoi primi quarant’anni posando praticamente nuda per Playboy: copertina e diciotto pagine dedicate a lei, a Kate Moss, l’icona. Il corpo è ancora quello di una ragazzina. Fasciata in un abito di seta ricoperto di stelle d’argento e avvolta in una pelliccia bianca, ha fatto capitolare tutti, anche al party organizzato a Londra dalla rivista. Nonostante le quaranta candeline spente lo scorso 16 gennaio è ancora la top model più famosa al mondo. Di più. È «un’icona di moda e sensualità», per dirla con Jimmy Jellinek, direttore di Playboy che l’ha scelta per il numero speciale di gennaio che celebrava i sessant’anni della rivista. E ora questa bambola fragile ma indistruttibile, con gli occhi da cerbiatto e il broncio da monella, quintessenza della sensualità, sbarca a Bologna, per una mostra unica in Italia. Dal 13 marzo al primo maggio saranno esposti alla Ono Arte Contemporanea, in via Santa Margherita 10, cinquanta scatti che ne congelano attimi di vita e bellezza. I ritratti di «Kate Moss: The Icon» – come poteva non intitolarsi così una mostra dedicata al fenomeno Kate? – sono firmati da fotografi di fama internazionale.

Solo per fare qualche nome: Albert Watson, Chris Levine, David Ross, Jurgen Ostarhild, Roxanne Lowit, Satoshi Saikusa. Da dietro l’obiettivo ne hanno documentato la straordinaria carriera, oltre che la vita privata di questa ragazza nata a Croydon, un sobborgo di Londra, da una barista e un agente di viaggi. La scoprì a 14 anni Sarah Doukas, fondatrice dell’agenzia Storm. Era il 1988. Da allora ha sfilato per tutte le più grandi case di moda del mondo ed è comparsa su almeno 300 riviste. Sin dal primo suo shooting è diventata un fenomeno culturale, sociale e artistico, da imitare e studiare. Alta solo 1 metro e 60 centimetri, magrissima, non rientrava certo nei canoni precedenti: era una bellezza nuova rispetto alle stelle del fashion di allora, Claudia Schiffer, Naomi Campbell e Cindy Crawford. Con la fine degli anni Ottanta, si esauriva però quell’area eterea che aveva caratterizzato le modelle dei decenni precedenti: non più perfezione, vestiti eleganti e scenari voluttuosi, ma capelli spettinati, jeans rattoppati, aspetto trasandato. Cominciavano gli anni Novanta. E nasceva lo stile grunge. Che non si limitava alla moda. Il cinema proiettava Trainspotting, Nevermind dei Nirvana diventava l’emblema della cultura giovanile. E Kate Moss a livello visivo e mediatico inaugurava un nuovo inizio e un nuovo stile, caratterizzato dal «dirty realism».

Il fisico esile, le occhiaie marcate e i tratti imperfetti l’hanno portata a diventare la «Queen of cool». Era (ed è) un’icona controversa dalla personalità carismatica. Che affascina tutti e ispira stilisti del calibro di Alexander McQueen e John Galliano, ma anche artisti come Lucian Freud, Marc Quinn, Tracy Emin e altri ancora. Modella, cantante, designer e musa ispiratrice, Kate è stata tutto questo e molto altro ancora. In primis un’icona di stile. E pensare che, dopo lo scandalo cocaina del 2005 e la tormentata storia con Pete Doherty, la sua carriera sembrava segnata. I brand più famosi l’avevano licenziata. Sembrava tutto finito. E invece no. Dopo pochi mesi era di nuovo in copertina e in passerella. Se possibile, ancora più famosa. Anche oggi, 26 anni dopo il suo debutto, resta regina incontrastata della moda. Gli scatti presenti nella mostra curata da ONO arte (e patrocinata dal Comune di Bologna, Fondazione Cineteca di Bologna, Regione Emilia Romagna e The British Chamber of commerce for Italy) non si possono limitare quindi a raccontare la carriera di una top model, ma lo stile, le tendenze e il clima di un’epoca che Kate Moss ha concorso a creare.

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