Oggi che siamo tutti fotografi, a che cosa servono gli archivi di immagini: «Ma c’è ancora molto lavoro da fare», ci spiega il capo dell’archivio più grande del mondo; mentori e protegé, maestri e allievi: a Venezia Negri e Ricotta L’uomo da 80 milioni di fotografie racconta con una certa emozione di avere mancato, una volta, Tom Waits per cinque minuti. Era finito senza saperlo nel suo negozio di dischi preferito, in California, quando il grande e selvatico cantautore («Uno dei miei eroi») se n’era appena andato. «Il nostro archivio – dice Matthew Butson, da più di quindici anni a capo dell’Hulton/Archive di Londra, che appartiene all’agenzia Getty Images e che, appunto, contiene 80 milioni di scatti – è il più grande del mondo, ma questo non significa che non si compiano scelte. Da noi puoi trovare foto dei Daft Punk ma non di Lady Gaga, per esempio.

A noi piace avere immagini di chi sposta in avanti i confini del gusto, non è sufficiente avere successo: le foto di Beatles e Bob Dylan della nostra collezione sono ancora richiestissime; tra quindici anni, mi chiedo, chi si ricorderà di Lady Gaga?». Da buon inglese, Mr. Butson non ha bisogno di essere convinto dell’importanza sociopolitico-culturale della musica pop: la mostra «Transformers», alle Ogr di Torino, è qualcosa di più di un’occasione per far circolare qualche decina di immagini appartenenti all’archivio. È un modo per testimoniare la forza di trasformazione impressa al gusto dai più innovativi personaggi della musica rock (da Elvis Presley ai Daft Punk, passando per Beatles, Rolling Stones, Bowie e compagnia cantante), con l’aiuto del più fedele aiutante nel processo di mitizzazione: la fotografia, appunto. «E lo stesso si può dire dei grandi divi di Hollywood commenta Butson – la fotografia è stata il più potente strumento di propaganda nelle mani degli uffici stampa del cinema e della musica.

Oggi non è più lo stesso e paradossalmente proprio perché il controllo degli uffici stampa si è fatto ferreo: si permette ai fotografi, per esempio, di rimanere sotto il palco solo per le prime tre canzoni di un concerto, quando un tempo le immagini più memorabili, con l’artista stanco, sudato, meno controllato e il pubblico scatenato, erano proprio quelle alla fine di un’esibizione. Viviamo l’epoca della produzione di massa delle immagini (e inevitabilmente, della loro banalizzazione), ma ci sono aspetti che non potranno mai cambiare: il rapporto tra soggetto e fotografo è uno di questi, ed è su questo che noi puntiamo per il futuro». Non che il lavoro manchi a Butson e ai suoi collaboratori.

Tutt’altro: il dato che ci rivela è sorprendete: «Dei nostri 80 milioni di fotografie è stato digitalizzato all’incirca l’uno per cento. Del 99 per cento analogico una larga parte ci è del tutto sconosciuta: insomma, non sappiamo esattamente che cosa abbiamo in archivio, e abbiamo la ragionevole certezza di poter ancora scoprire un certo numero di capolavori. Il nostro archivio va indietro fino agli albori della fotografia, una delle agenzie che abbiamo acquisito è stata la prima al mondo insieme con l’italiana Alinari. Non solo: a Londra, negli Anni Sessanta, erano attive circa trecento agenzie, molte delle quali sono finite con noi. Il mio, devo ammetterlo, è un lavoro fantastico: ha un aspetto tecnologico molto interessante e un lato creativo ancora tutto da inventare. Le banche dati fotografiche sono la memoria del nostro mondo ma anche il suo futuro».

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