RICOGNIZIONE attorno a Pasolini. Intellettuale a tutto tondo, voce critica e anticonformista capace di esprimersi ad altissimi livelli in poesia, letteratura, saggisticae giornalismo come nel cinema e nel teatro, alla vigilia del quarantesimo anniversario della tragica morte, lo scrittoreè al centro di una rinnovata attenzione in città. Un fermento che ruota attorno al nuovo allestimento del suo dramma Affabulazione , curato da Lorenzo Loris all’Out Off da domani, accompagnato da una serie di incontri di approfondimento sulle tante sfaccettature del suo lavoro, in fortunata coincidenza con una mostra a Palazzo Moriggia (via Borgonuovo 23, ingresso libero), dove da giovedì sono esposti gli scatti ispirati alla Milano scomparsa di La Nebbiosa , sceneggiatura del 1959 ambientata negli anni del boom ritrovata (e appena pubblicata dal Saggiatore) di un film mai girato.

«Una tragedia contemporanea in versi», così definisce Affabulazione Loris che riporta Pasolini nel suo Out Off, dove lui stesso, nel 1990, era stato protagonista di Orgia per la regia di Antonio Syxty. «Un ritorno significativo – puntualizza il regista – sulla scia del lavoro degli ultimi anni su Testori e Gadda. Come Testori, Pasolini oltre ad essere romanziere e poeta aveva una vena di polemista nei confronti della società e dell’intellighenzia del tempo». Una critica alla borghesia che, nel dramma – scritto nel 1966 e messo in scena nel 1977 da Vittorio Gassman, e poi da Luca Ronconi a Torino nel 1993 – attinge alla tragedia greca per riproporne uno dei temi più misteriosi: la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Qui, il Padre è «una figura tragicamente ridicola, un industriale milanese ricchissimo che prova un’inattesa e lacerante attrazione per il Figlio adolescente.

Un’ossessione assoluta, psicopatologica, che lo porterà a uccidere il figlio e a perdersi, impazzendo». Una parabola di disperazione che capovolge il mito di Edipo e che Loris affida a Roberto Trifirò (il Padre) e Alberto Patrianca (il Figlio) affiancati da Umberto Ceriani nel ruolo dell’Ombra di Sofocle «che accompagna il pubblico nella trama e svela le corrispondenze con l’ Edipo Ree le Trachinie ». Il tutto su una scena essenziale, un giardino erboso, quattro scheletri di finestrae il contrappunto di video che riportano alla Milano degli anni Settanta, «tempi in cui il conflitto tra padri e figli era durissimo, e i figli della borghesia erano spinti a scelte estreme».

Corrispondenze con la contemporaneità e affondo nel mito. Due elementi fondanti del teatro pasoliniano, come spiegherà il critico Oliviero Ponte di Pino domani alle 20.45, nel primo dei quattro incontri sull’autore: «Pasoliniè contro il teatro borghese “della chiacchiera”, ma anche contro le avanguardie alla Living e alla Grotowski, il “teatro del gesto e dell’urlo”. Lo scrive nel Manifesto del nuovo teatro , nel 1968. Lui vuole recuperare la forza e la ritualità del teatro attraverso la parola, usare una lingua poetica per scavare nella tragedia contemporanea. Una lezione ancora viva, basti pensare a Delbono, ai Motus, a Latella».

La parola come forza teatrale, «una parola difficile perché in versi – spiega il poeta Franco Buffoni, che il 13 maggio parlerà del Pasolini versificatore – che appartiene alla seconda fase della sua poesia. La prima, più pura, è quella in friulano di La meglio gioventù (1954).
Poi, con l’italiano, il discorsoe la riflessione entrano in modo prepotente nei suoi versi. Il suo è un teatro impegnativo, che confina con la produzione cinematografica coeva. Del restoè stato un genio polimorfo, ad altissimi livelli in ogni ambito. Un esempio unico nel nostro Novecento».

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!