UN AUTENTICO sogno felliniano: fin dall’inizio della mostra e ci si trova circondati da sguardi femminili ammiccanti e seducenti. Più si va avanti più si ha la sensazione surreale non di osservare ma di essere osservati dalle splendide modelle che hanno posato per il più famoso dei calendari fotografici, quello immaginato nel 1963 da Derek Forsyth, responsabile pubblicità della Pirelli. Il budget era scarso e invece di spenderlo tutto in anonimi gadget, si preferì ingaggiare un ventisettenne inglese emergente chiedendogli di riprendere dodici belle ragazze accanto ai prodotti dell’azienda. L’idea era eccellente, la realizzazione un po’ anonima forse perché a Terence Donovan, fotografo trasgressivo della swinging London, quel lavoro stava stretto: sta di fatto che il calendario non venne pubblicato. In compenso l’anno dopo, Robert Freeman (inglese anche lui e fotografo dei Beatles) poté concentrarsi solo sull’eterea bellezza femminile senza l’ingombrante presenza dei pneumatici. “The Cal”, la mostra esposta a Palazzo Reale, da una parte rappresenta un omaggio al calendario per eccellenza – quello che non si vende, essendo un omaggio per un selezionato gruppo di fortunati – ma dall’altro è occasione per rivisitare cinquant’anni sia dal punto di vista del costume che da quello dell’evoluzione del gusto fotografico.

I curatori Walter Guadagnini e Amedeo Turello (che firmano anche il catalogo edito da Giunti) hanno tuttavia messo da parte l’ordine cronologico preferendo raggruppare le duecento bellissime opere in cinque sezioni tematiche. “L’incanto del mondo” allude ai luoghi affascinanti delle riprese, “Il fotografo e la sua musa” al rapporto stabilito con le modelle, “Lo sguardo indiscreto” al voyerismo spesso presente, “La natura dell’artificio” alle composizioni geometriche usate da molti, “Il corpo in scena” alla teatralità. È una scelta che sottolinea gli aspetti formali – ribadita dal sottotitolo “Forma e Desiderio” – ma mescolare le fotografie prescindendo dalle date di pubblicazione rende difficile osservare l’evoluzione del gusto che proprio il Calendario Pirelli ha spesso suggerito e raramente subìto. Già, perché a voler ben guardare questa è anche una piccola storia della fotografia come dimostrano i delicati sguardi colti da Sarah Moon, le sfrontate nudità inseguite da Mario Testino e Terry Richardson, la classe di Richard Avedone Annie Liebowitz, l’ingenua impudicizia di Uwe Ommer. Ma anche certe derive kitsch come quella di Arthur Elgort, che nel 1990 citò con le sue modelleatlete stampate in un bianconero virato seppia la Leni Riefenthal delle Olimpiadi berlinesi del 1936.

Bella l’idea di alternare ai più classici formati alcuni ingrandimenti che sarebbero stati più apprezzabili se le dimensioni ristrette delle stanze dello spazio espositivo non le avessero penalizzate. Una sola domanda resta senza risposta: perché l’Italia, che pure compare nei set di Helmut Newton e Bruce Weber edè rappresentata da Sophia Loren ripresa da Inez van Lamsweerdee Vinoodh Matadin, non ha mai visto un suo fotografo firmare un calendario Pirelli? GLI SCATTI Dall’alto Bruce Weber, van Lamsweerde e Matadin, Ritts UWE OMMER A sinistra “Bahamas 1984” ritrae una modella nuda DOVE E QUANDO Palazzo Reale, piazza Duomo 12 Aperta lunedì 14.30-19.30, da martedì a domenica 9.3019.30, giovedì e sabato 9.30-22.30 fino al 22 febbraio Ingresso 10 Euro

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