Raymond Depardon è tra i più celebri e celebrati fotografi francesi: uscendo dal Grand Palais ci si domanda perché. Si fa un po’ di sociologia vittimista, pensando alla capacità che hanno alcuni paesi di tributare onore e gloria ai propri artisti e che all’Italia manca in maniera evidente. Si pensa anche al caso, al momento giusto e alla fortuna di trovarcisi che gioca un ruolo nell’affermazione professionale anche quando si tratta di arte. Ma poi si riflette sulle fotografie appena viste, quasi 160, di formati differenti, alcune davvero imponenti e non si può che definirle belle. Senza riuscire però ad essere entrati in una storia, se non in quella dell’artista stesso che con questa mostra si racconta, ad aver provato empati ad avanti ad un soggetto o almeno ad aver potuto seguire un preciso progetto concettuale. Ci sono alcune frasi di Depardon tracciate sui muri che ci aiutano a capire il momento, alcuni suoi pensieri e sono poetiche.

Ma tutto appare casuale. Il filo conduttore è il colore: questa a Parigi è infatti la prima mostra dedicata in modo specifico a questo aspetto della produzione di Depardon, che sembra essere stato oscurato nella percezione generale dalle grandi immagini degli spazi aperti, dei deserti spesso, raccontati in bianco e nero. «Non sapevo di essere un fotografo del colore. Eppure era là. Dalle prime immagini». Prime immagini che Depardon scatta giovanissimo, non ha neppure diciotto anni quando arriva a Parigi dalla sua fattoria a Villefranche sur Sane, un autoritratto, in particolare, ci racconta com’era. Siamo nel 1959 e il fotoreporter esordiente ci guarda seduto su uno scooter Rumi, l’antenato della Vespa, in giacca e cravatta, con lo sguardo serio di chi sa dove vuole andare. Le fotografie più intense infatti sono proprio di questo periodo; con la distanza siderale tra l’atmosfera della propria casa, degli affetti familiari e una Parigi rutilante, dove si installa nel retrobottega di un altro fotografo sull’Ile Saint Louis e riesca a fotografare persino la grande Edith Piaf.

Poi arrivano gli anni del fotogiornalismo per il mondo: Depardon scatterà per diverse agenzie prima di Magnum, ma qui vengono evocate da reportage che raccontano la vita quotidiana oltre il conflitto, ma ne portano la traccia. Siamo a Beirut nel 1978, e la guerra non si vede, ma molto bene le sue conseguenze e poi in una poverissima Glasgow nel 1980, e sono immagini scure, differenti da tutte le altre, dal sud del mondo che è decisamente il territorio dell’anima per Depardon anche per una luce alta, decisa, che riesce a fermare nel suo lavoro. E infatti la seconda parte dell’esposizione, segnata da formati grandi, ci porta in Bolivia, alle Hawai o in Chad e siamo negli anni Duemila. Il momento così dolce, evocato dal titolo dell’esposizione è questo, quando la fotografia non è legata ad un progetto preciso, alla commissione di un lavoro e tantomeno all’urgenza della notizia, ma diventa puro piacere, pura luce, puro colore. Scatti della città e della solitudine che segna chi ci vive, cominciando dai cani, presenze quasi totemiche, e poi interni inondati dalla luce, angoli di turismo annoiato, e ancora immagini in sequenza come quella scattata a Buenos Aires dove il rosso ci porta da un movimento all’altro. Eppure è proprio questa la parte della mostra meno convincente, con il mestiere che aiuta a confezionare fotografie belle, ma di cui non si coglie la necessità.

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!