Ernesto “Che” Guevara con il sigaro in bocca. Sophia Loren che sorride nel fiore degli anni. Una bambina vietnamita, nuda e ustionata, in fuga dal suo villaggio in fiamme. E il bacio più famoso del mondo, quello scattato a Times Square durante i festeggiamenti della vittoria per la Seconda guerra mondiale. Che si possieda o meno una macchina fotografica Leica, è impossibile non aver incrociato almeno una volta nella vita uno degli scatti firmati dallo storico brand tedesco. Che, dopo aver rivoluzionato il mondo della fotografia nei primi del ‘900, festeggerà a marzo 100 anni di attività. Definita spesso, per classe e costo, la “Lamborghini delle macchine fotografiche”, Leica taglia il traguardo del primo secolo di vita in un mondo profondamente diverso da quello in cui è nata. Un mondo senza smartphone e computer, in cui il cinema era ancora un prodigio, le automobili un lusso e la fotografia professionale un lavoro faticoso, ingrato e pesante. «Per fare uno scatto dovevamo andare in giro con la valigia di cuoio, come venditori ambulanti – scriveva nel 1915 Oskar Barnack, l’inventore della Leica – e io, che soffro di asma, facevo fatica a vagabondare con quel peso».

LA STORIA Da quando nel 1905 era stato assunto alla celebre Leitz di Wetzlar, quello della fotografia era diventato il suo chiodo fisso. Barnack voleva costruire una macchina «capace di entrare nel taschino della giacca», che affrancasse il fotografo dal peso del treppiede e gli permettesse di cogliere l’attimo. Il suo motto, «un piccolo negativo per una grande foto», diventò realtà nel 1914, quando presentò alla Leitz il primo prototipo, la UR-Leica, piccola come una custodia per occhiali e capace di montare una pellicola larga solo 35 mm, avvolta in un rullino. Fu però la fine della Prima guerra mondiale, e la pesante crisi in cui era precipitata la Germania sconfitta, a convincere la Leitz a entrare nel mondo della fotografia non solo con la fornitura di componenti ottici, ma anche con la produzione di apparecchi fotografici. Presentata nel 1925 alla Fiera di Primavera di Lipsia, la Leica (crasi di Leitz e Camera) non convinse i compratori. Né tantomeno i cronisti: «Leica è un giocattolo – scrivevano le penne più velenose – disegnato per la borsetta di una signora». Sette anni dopo, quel giocattolo aveva venduto sessantamila esemplari, conquistato gli Stati Uniti e stimolato altri costruttori, tra cui Kodak, a produrre caricatori per il nuovo formato. Quarant’anni dopo, gli esemplari venduti sfioravano il milione.

I REPORTER L’inizio della Seconda guerra mondiale impose Leica nel mondo. Piccola, veloce e capace di scattare anche con poca luce, diventò la macchina preferita dai fotogiornalisti di tutto il mondo. Era Leica la macchina fotografica in dotazione alle forze armate tedesche, sempre Leica la macchina che immortalò la liberazione di Parigi, nel 1944, con i celebri scatti di Henri Cartier-Bresson. Scelta come strumento di lavoro da fotografi entrati nella storia del ritratto e del reportage, come Bresson, Sebastião Salgado, Ro© RIPRODUZIONE RISERVATA bert Doisneau, Robert Capa e Ilse Bing, la dolce vita della Leica è proseguita negli anni ’60 e ’70, nelle strade di Via Veneto tra le mani dei paparazzi. E poi al cinema con Fellini, nella tasca di Jack Nicholson in Chinatown , nell’America de Il Padrino . Ancora oggi il cinema ne è innamorato: la sceglie sul grande schermo 007 in Il domani non muore mai , la usa il Batman di Christopher Nolan nel 2008, le collezionava Stanley Kubrick, le cercano Brad Pitt, Matt Damon e Wim Wenders. L’ingresso nel mondo digitale ha scosso l’azienda come un terremoto. Con perdite di oltre 20 milioni di dollari nel 2004, e la messa in commercio del primo modello digitale (M8) gravato da numerosi difetti tecnici. Ma l’azienda ha saputo reagire. Dopo aver inviato circa 4000 lettere di scuse ai propri clienti firmate a mano dall’amministratore delegato, e aver messo in commercio modelli digitali più funzionali, oggi Leica è in piena salute: in crescita del 23%, con un fatturato che sfiora i 300 milioni di euro, 90 negozi in tutto il mondo e una nuova fabbrica in Germania. Tradizionalmente analogica, esteticamente retrò, economicamente proibitiva in tempo di crisi. Il suo segreto Henri Cartier-Bresson lo spiegava così: «Perché continuo a scegliere Leica? Perché è come un caldo bacio appassionato, come un colpo di rivoltella. Come il lettino dell’analista». In una parola: immortale

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