Gianni Caproni visionario e anticipatore nel settore della produzione industriale. Uomo che seppe prevedere le possibilità dell’aviazione civile (suo il progetto di un grande aereo che avrebbe dovuto trasvolare l’Atlantico con cento passeggeri) e di quella militare (i primi bombardieri). Ma che arrivò anche a produrre una innovativa autovettura e ottime motociclette. Forse, lo suppone il giornalista Federico Bianchessi nel volume «Gianni Caproni. Una storia italiana», Pietro Macchione Editore (20 euro), il lato debole del trentino fu quello di uomo d’industria che non seppe o non poté, in settori che prevedevano alti investimenti, reperire i capitali necessari. «Caproni fu un personaggio geniale, innovativo. Il suo fu un piccolo impero globalizzato, aveva fabbriche in mezzo mondo ed esportava molto. Ma le sue industrie erano legate allo Stato e alla fine dipendevano dalle commesse militari. In realtà aveva concepito l’aereo come prodotto di pace, di comunicazione tra i popoli. La produzione militare alla fine lo indebolì, dopo la prima e, soprattutto, dopo la seconda guerra mondiale, con l’Italia sconfitta e l’impossibilità di produrre certi tipi di aerei».

Bianchessi svela un aneddoto. «In una seduta del governo De Gasperi , suo conterraneo, si decisero i nomi delle aziende da aiutare: Breda e Ansaldo sì. Caproni no. Difficile capire il perché. Don Sturzo sulla stampa citava la Caproni come tipica azienda che uno Stato sano non doveva aiutare. La Caproni fu condannata a morte forse per motivi politici, o forse per problemi legati alla sua personalità». A detta del giornalista l’industriale non era uomo che accettasse facilmente il compromesso, nemmeno col regime fascista era stato così. ra filoamericano, contrario all’alleanza con i tedeschi. Anche per interesse: molti aviatori si erano formati negli Usa e lui vantava molti contatti con l’America. Aveva visto piuttosto male la guerra contro l’Inghilterra: la Caproni forniva aerei agli inglesi ancora nei primi mesi del ’40, dopo lo scoppio delle ostilità. E pure alla Francia». Nel libro si parla di Caproni quasi come di un pacifista. Un paradosso? «Non l’unico per Caproni. Aveva una visione abbastanza utopistica dell’aereo. Ma si trovò legato prima a Giulio Douhet che già nel 1912-1913 teorizzò l’uso di bombardieri. Si innamorò di questo personaggio, un generale che lo favorì nella prima importante commessa di aerei nel 1913». Un Caproni che vantò contatti con personaggi quali Churchill e Eisenhower .

«Col primo sottoscrisse un contratto importante negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale. Cercò il secondo all’epilogo della sua vicenda industriale, quando si chiusero per lui tutte le porte. Si mise in viaggio, fu in tutti i Paesi con cui aveva avuto dei rapporti. Arrivò negli Usa e trovò che un suo ritratto era appeso in un angolo della Casa Bianca, assieme a quelli di altri pionieri dell’aviazione. Ma, appunto, ormai era un personaggio da quadro sul muro. Se avesse però scelto l’America, forse con von Braun sarebbe arrivato alle navi spaziali: era personaggio di genio e grande inventiva progettuale». Ma quando tentò delle produzioni civili, talvolta fallì. «Nel 1921 ecco il gigantesco idrovolante che, sei anni prima di Charles Lindbergh , fu progettato per trasvolare l’Atlantico, ma con 100 passeggeri a bordo. Negli Usa c’era fiducia verso quest’uomo e i suoi progetti. Il prototipo dopo i primi voli si sfasciò nel Lago Maggiore e il progetto fu abbandonato. Occorrevano finanziamenti che lui non reperì, per continuare un progetto in anticipo sui tempi». Bianchessi sottolinea le capacità artistiche di Caproni che per tutta la vita fu anche pittore e scultore di aerei.

«I suoi disegni erano anche dei quadri». Quando, dopo la Seconda guerra mondiale, Caproni non riuscì più a costruire aerei, cercò di produrre automobili e motociclette. La Cemsa Caproni F.11 fu un modello di berlina progettato dall’ingegner Antonio Fessia nel 1946-1947 e prodotto in pochissimi prototipi, con alcune soluzioni tecniche innovative, quali la trazione anteriore e certe sospensioni. Saranno le difficoltà finanziarie dell’azienda a stopparne la produzione ma il progetto sfociò alla fine nella produzione in serie della Lancia Flavia. E a Trento Caproni arrivò a produrre una serie di buone moto, le Capriolo, addirittura autobus per la Fiat e piccoli pezzi di aerei per l’aeronautica, anche americana. «Il limite di Caproni erano i livelli di capitalizzazione e lui doveva confrontarsi con colossi industriali. Non riuscì a trovare un alleato importante, un grosso produttore magari straniero. Lui tese a fare tutto in casa, forse un lato debole dell’industriale».

Leave a Reply

You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Tempo esaurito. Ricarica il codice!