Da grande leader quale è stato, Tony Blair sa usare bene le arti manipolatorie della comunicazione orale, scritta e visiva. Se a fin di bene o a fin di male spetta agli storici e ai critici capire e valutare. Il giudizio è difficile e resta sospeso. Ma su un dato non si può discutere: l’ex premier britannico ha un’abilità particolare davanti ai ritrattisti. Sa usare il suo volto e la sua immagine per raccontarsi e per cambiare la sua pelle. In fotografia, davanti alle telecamere o in posa per un quadro: è lui che dirige obiettivo e pennello. Da superbo narcisista, attento ai particolari, ai vestiti, alle smorfie, agli sguardi. Più che dalle biografie e dalle autobiografie, sempre comunque molto interessanti, la parabola della sua vita politica viene ben descritta dalle cinque tele che lui stesso, cultore del messaggio, ha concesso di dipingere. Sentendo il bisogno di trasformarsi.

Nell’ultima (commissionata dalla National Portrait Gallery e in mostra alla Mall Gallery), firmata da Alastair Adams presidente della Royal Society of Portrait Painters, ovvero i ritrattisti più qualificati, ecco il Tony Blair dandy, l’architetto della Cool Britannia degli anni Novanta, riforme e strapotere della finanza, il sessantunenne di oggi che ha fatto perdere la testa alla ex moglie di Rupert Murdoch. Immortalato nell’ufficio della sua bella casa nel Buckinghamshire, in blue jeans con le due mani infilate nelle tasche, una polo aperta sul collo, la giacchetta sportiva. E sullo sfondo, un murale: la Union Jack e lo slogan «No Surrender», no alla capitolazione, che è stato un omaggio alla conclusione dei Troubles nordirlandesi (uno dei capolavori di Blair premier) ma che suona come un avvertimento a chi lo crede defilato. Non si arrende. E’ sempre lo stesso, velenoso, vanitoso e potente.

Fenomenologia dell’uomo e del politico Blair che se ne infischia degli imbarazzi sui milioni per le consulenze alla banca Jp Morgan o ai despoti kazaki, e archivia le rivelazioni sulla sua disponibilità a collaborare con Rebekah Brooks per toglierla dagli impicci, mente dello spionaggio giornalistico. Manipolatore di classe, cervello sopraffino. Leader pieno. E pensare che fino al 2007 aveva sempre rifiutato di posare, considerando la comunicazione visiva su olio un orpello inutile ai suoi giochi. Poi cambiò idea, stava per concludersi il decennio a Downing Street. E allora si consegnò, confortato dalla moglie, ai primi due ritrattisti. Un testamento politico: nessuna parola, solo lineamenti, colori, espressioni. Nel primo di Jonathan Yeo: un Blair in cravatta, triste, con il papavero all’occhiello, il papavero del «Giorno delle Rimembranze» che celebra i morti delle guerre. Nel secondo di Phil Hale per la galleria del Parlamento: un Blair pensieroso, fiaccato dalle lotte intestine ai laburisti, pronto alla ritirata tattica. Ma non a pensionarsi. Pronto semmai a rinvigorirsi, affidando le memorie ai libri, alle interviste. E ai quadri. I tre della resurrezione. Uno, che gli dedicò l’amico George Bush: il Blair imbellettato dell’Iraq. E dopo: il Blair ufficiale per la National Portrait Gallery, ancora senza cravatta, aggressivo in stile Zio Sam, che ti fissa e ti urla addosso. Infine il Blair dandy con il «No Surrender». Chissà se è un «pizzino» a chi gli sta confezionando l’ennesimo sgambetto. Incombe il rapporto finale della commissione Chilcot sulle presunte armi di Saddam. Il magnifico manipolatore è pronto a resistere. In blue jeans. Funambolico comunicatore di se stesso. Apripista del figlio Euan che correrà forse alle elezioni politiche in un collegio laburista sicuro.

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