La rabbia, il risentimento rischiano di amareggiare la vita, ma possono anche diventare ottime motivazioni sulla strada del successo. Per Walter Bonatti senza dubbio ha prevalso la seconda alternativa. E alla grande.
A partire dal 1954, quando aveva solo 24 anni, poteva restare travolto dalle frustrazioni seguite alla spedizione al K2. Era certo di essere stato tradito da Lacedelli e Compagnoni sulla via della vetta. In compagnia dello sherpa Mahdi aveva portato le bombole dell’ossigeno sino al campo alto, salvo poi essere abbandonato nella neve dai due compagni e costretto a trascorrere la notte all’addiaccio sopra gli ottomila metri.

Le polemiche seguenti, inclusa l’accusa falsa di aver «rubato» l’ossigeno dalle bombole destinate all’ultimo tratto di salita, enfatizzate con fracasso dai media italiani, avrebbero annientato tanti. Ma non il ragazzotto di Bergamo. Dà battaglia alla versione ufficiale di Ardito Desio, scrive, non arretra di fronte ai processi in tribunale. Sa di essere il più forte e lo dimostra, spesso sale in solitaria, apre vie su pareti ritenute impossibili, è ammirato in tutto il mondo.
Con determinazione entra nel gotha dei migliori alpinisti della sua epoca. In Italia i soci Cai si dividono tra «Bonattiani» e non. Inutile dire che i primi prevalgono. Il suo primo libro, Le mie montagne , va a ruba. Lui piace perché si è fatto da solo, sfida il mondo, si scontra con le strutture ufficiali, e vince.

Poi, all’improvviso, dopo l’invernale in solitaria alla nord del Cervino nel febbraio 1965, Bonatti cambia mestiere. O, meglio, lo modifica: da alpinista estremo a esploratore a tutto campo. Con una qualifica in più: fotografo e raccontatore di se stesso, delle sue avventure, dei suoi progetti. Anche in questo caso non manca una forte dose di risentimento.
La tragedia quattro anni prima al Pilone Centrale del Monte Bianco (muoiono tre alpinisti francesi e l’amico Andrea Oggioni) è seguita da lunghi strascichi di polemiche. Per anni si è scontrato con i giornalisti, con le guide di Courmayeur, è stanco di dipendere da altri per doversi spiegare.

A dargli l’opportunità di continuare a giocare con i suoi sogni è «Epoca», che lo assume a tempo pieno come inviato «esploratore». Sta nei desideri di tutti i bambini. Lui li realizza da adulto. E il pubblico scopre un’altra delle sue doti: il fotoreporter. Qui sta il condensato della mostra esposta al Palazzo della Ragione a Milano: Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi . Lui che cammina tra ombra e luce sul crinale di sabbia finissima nel deserto della Namibia. Con il bastone in mano, i pantaloni attillati color bianco immacolato (ma come diavolo fa ad essere sempre così pulito?) alle pendici del vulcano Licancabur in Cile.

L’appuntamento A Milano una mostra con le immagini scattate in luoghi remoti rivela la seconda vita di un protagonista della conquista del K2.

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