La primavera araba del ribelle siriano Ahmed S. era finita sui sassi del campo accoglienza a Lampedusa. Lo studente di matematica di origine palestinese sognava come tutti gli altri migranti il Nord Europa da quel neo di terra italiana in mare africano. Ahmed aveva cominciato a scattare foto quando, ricercato dalle truppe di Assad, aveva lasciato la prima volta la Siria, ridisegnando la sua personale cartografia dello strazio in Medio Oriente, dopo due anni di fughe improvvise verso Egitto, Libia, Turchia, Giordania. Era il 2011. Ha compiuto 20 anni mentre tentava di raggiungere la Norvegia, in quest’Europa in cui ha appena terminato il suo viaggio. Il cellulare era la sua unica valigia, l’unico posto che aveva trovato ai suoi ricordi quando se li era messi in tasca verso il nuovo mondo. Nei giorni in cui lacrime di cordoglio colavano a reti unificate e il vento della guerra siriana soffiava fino a Lampedusa, Ahmed programmava lucidamente di fuggire ancora per un’ultima volta. Ora che se n’è andato da questa penisola italiana in cui si sapeva clandestino e ha raggiunto la meta, può farlo anche questa storia.

1 Settembre 2011, Siria
«Fratello di un geometra e figlio di due ingegneri, cresco mangiando datteri e numeri a Latachia. Studio all’università finché non capisco che, come per mio nonno palestinese nel 1948, è arrivata anche per me con Assad la nakba («catastrofe», l’espulsione da Israele, ndr). Tento per la prima volta la fuga via terra»

2 Gennaio 2012, Libia
«A Tripoli insegno matematica in una classe elementare per 5 mesi. Quando me ne sono andato i miei alunni mi hanno fatto il segno della vittoria con le dita. Quale vittoria e su chi, mi sono chiesto, e gli ho scattato una foto per tornare un giorno a dare a me e a loro una risposta»

3 Giugno 2012, Siria
«Torno indietro: mi mancano la patria e la mia rivoluzione. Io e i miei compagni mangiavamo poco, dormivamo a turno, mai stanchi, ci sembrava giusto: il nostro ultimo momento felice. Loro sono rimasti nelle mie foto e sotto terra, tutta quella kaptiva (un gruppo di ribelli, ndr) della rivoluzione è morta. Torno in Turchia»

4 Agosto 2013, Turchia
«A Istanbul compro un passaporto datato 2007: c’è la faccia di uno che sembra un bambino. Alla dogana dico ­ amico, sono io 5 anni fa, prima della guerra. Mi siedo, aspetto un aereo per Bruxelles: Belgio è Europa, penso e sorrido. Al quarto controllo finisco in prigione»

5 Ottobre 2013, Lampedusa
«Faccio ritorno a Tripoli, pago il prezzo della salvezza per salire sul barcone, 1600 dollari, e 36 ore dopo raggiungo Lampedusa. Dall’inizio del mio viaggio niente è rimasto uguale, solo i ricordi digitali. Al campo prego per i miei genitori rimasti sotto le bombe»

6 Novembre 2013, Norvegia
«Voglio diventare europeo, con il passaporto di questa parte del mondo potrò andare nella mia Haifa mai vista. Continuerò a scattare foto. Le fotografie non ti fanno sentire perduto. Anche quando le vedi dopo anni da lontano, le fotografie non inventano storie»

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